Bollywood: la cinematografia silenziosa

di Federica Marcucci

Mettete da parte i red carpet e quell’infinito selciato incastonato di star, dimenticate certe atmosfere patinate e familiari melodie cantate sotto la pioggia all’ombra di quei bianchi caratteri cubitali: HOLLYWOOD. Sì, perché in questo luogo di certo non piove come in California (mai sentito parlare dei monsoni?) ed è decisamente più caldo.

Benvenuti a BOLLYWOOD, l’industria cinematografica più potente del sud-est asiatico (in tutto sono più di venti) e forse del pianeta, nella quale l’eco di zio Sam resta solo nel nome. È scorretto infatti far rientrare in quest’industria la totalità del cinema indiano in quanto Bollywood si differenzia per alcune caratteristiche peculiari, prima fra tutte l’utilizzo esclusivo della lingua Hindi (le lingue ufficiali riconosciute dalla Costituzione Indiana sono 22) e anche per la presenza di dialoghi in lingua Inglese (Hinglish).

Molto più internazionale e occidentalizzata delle altre cinematografie da una parte, dall’altra Bollywood è un’industria il cui ciclo produzione-distribuzione-fruizione si consuma all’interno di una ristretta (per così dire) etnia sparsa in tutto il mondo. Bollywood infatti, a differenza di Hollywood, produce per se stessa ma, come Hollywood, pone le sue basi su forti contraddizioni socio-culturali come una qualsivoglia potente industria dell’entertainment.

L’India proposta da Bollywood è destinata agli indiani, ma non è quella degli indiani. Legata a doppio filo alla cultura e alla tradizione del paese, la cinematografia di Bollywood punta soprattutto al fascino e alla suggestione, utilizzando tutti quei connotati un po’ cliché propri dell’India in occidente. Una carta vincente. Noi non guardiamo i loro film, così distanti e stereotipati, loro si riconoscono e guardano come vorrebbero essere. Un po’ come noi, quando ci troviamo davanti a un classico musical hollywoodiano.

Il segreto di questo successo? I film di Bollywood sono un’esplosione di colori in luoghi esotici, coreografie di massa in cui il canto conduce un intrigo narrativo, spesso drammatico, avventuroso o comico-sentimentale. L’industria indiana dei media è così cresciuta notevolmente negli ultimi anni con un tasso del 13% circa; siamo ancora molto distanti da Hollywood in termini di guadagni, ma il fatto che l’India produca il maggior numero di film all’anno (più di 1.000) e che venda 3 miliardi di biglietti contro gli 1,5 degli Stati Uniti è di per se molto eloquente. Solo nel 2013, anno del centenario di Bollywood, tre film si sono guadagnati il titolo di All Time Blockbuster (rispettivamente Doom 3, Krrish 3, Chennai Express) incassando in totale 7.584.000.000 rupie (dati riferiti alle 14 aree interne dell’India).

Ma, come nel resto del mondo, l’esito positivo di un film è decretato anche da un cast di star il cui notevole cachet, circa 30% sul costo totale, è un investimento necessario per creare un prodotto di successo. Riallacciandoci al fenomeno del divismo della vecchia Hollywood, in India troviamo un fenomeno simile, intrecciato però con le antiche tradizioni religioso-culturali. Essere una star di Bollywood come Shah Rukh Khan e Aishwarya Rai significa essere elevati ad uno status di idolo. Un vero e proprio guru riconosciuto da tutta quella comunità.

Hollywood sembra essere affascinata e forse anche un po’ spaventata da questo mondo così diverso e, non a caso, negli ultimi anni ha ingaggiato diversi attori indiani per alcune produzioni.

Una ricerca dell’esotico che ha creato non pochi problemi finanziari a Bollywood. Eppure sembra che, anche in questo particolare momento di crisi universale, il cinema di Mumbai non riesca davvero a fermarsi, confermando ancora una volta la sua forte identità in India ma anche all’estero. Identità in cui tutta popolazione indiana sparsa per il mondo probabilmente non si riconosce fino in fondo, ma che piace, diverte, intrattiene. Insomma è un’industria che funziona. Ed è anche cinema.

#Non solo Hollywood:

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