Uno yuppie per un sassofonista: perché riscoprire una perlina dimenticata

di Federica Marcucci

Con l’uscita di The Wolf of Wall Street stiamo assistendo a quello strano fenomeno per cui una pellicola firmata da un nome come Scorsese viene acclamata anche se la storia si affossa, il film viene fagocitato da se stesso e questo fa sì che, purtroppo, non tutto funzioni alla perfezione.

Ma mentre sono tutti intenti a guardare in sala le speculazioni finanziarie e gli eccessi degli yuppies, io farei un balzo indietro di quasi quarant’anni per andare a riscoprire una perlina, troppo spesso dimenticata, nella filmografia di Martin Scorsese: New York, New York.

Un film partorito nel non troppo lontano 1977 dopo un lungo lavoro e dispendiosi finanziamenti. Un film che al momento della sua uscita ha avuto la sfortuna di non essere compreso e che ha rischiato di portare alla deriva artistica e personale lo stesso Scorsese. Nessuno riusciva a capire, o meglio ad accettare, che dopo Mean Streets o Taxi Driver Scorsese potesse dare vita ad un musical, o meglio un anti-musical. Sì perché New York, New York è comunque figlio del suo tempo, di quei disincantati e violenti anni ’70, intriso di un realismo crudo e senza sangue che poteva scaturire solo dall’occhio lucido di Scorsese.

Film bistrattato – e mutilato – da sempre in Italia, tant’è che la versione completa è reperibile solo negli Stati Uniti. Come mi sentii dire una volta: “Ma non è quel film in cui De Niro suona la tromba?”. Se lo spettatore guardasse il film eyes wide open, aldilà dei bei costumi e della strepitosa colonna sonora, risulterebbe chiaro che New York, New York non è solo una rilettura ma anche un omaggio cinefilo di uno cresciuto guardando musical. Un genere che sotto i lustrini ha sempre nascosto messaggi anticonformisti, un modo di fare cinema che critica il cinema stesso. Perciò poco importa se il personaggio di De Niro suoni in realtà il sax tenore.

L’intensa e travagliata storia d’amore tra Jimmy Doyle e Francine Evans si snoda negli anni ’40 delle big bands, raggiungendo il suo culmine e la sua fine quando lui comporrà per lei quella celebre canzone del titolo. Lei diventerà una diva, lui resterà un sassofonista di media fama. Una perfida regola dello show business che ci riporta ancora più indietro fino a quel È nata una stella, in cui recitava una straordinaria Judy Garland. Liza Minnelli (figlia della Garland e di Vincente Minnelli) rappresenta per Scorsese un filo diretto con un mondo che egli conosce e che, a modo suo, prova a riprodurre, a rileggere, ad omaggiare. Nei suoi punti di forza, come nei suoi cliché. La sequenza in cui emerge tutto ciò è il numero musicale Happy Endigs (in parte inedito in Italia), idealmente un film nel film, in cui recita Francine, mascherina in un teatro di Broadway, che trova l’amore e il successo.

Lei canta: “…happy endings as far as I can see, are only for the stars not in the stars for me…”, per poi dire a Jimmy: “Hai guardato Happy Endings? Visto uno li hai visti tutti.”.

Scorsese mette in bocca ai suoi due personaggi solo parole di rassegnazione, escludendo ogni possibilità di riconciliazione, di happy ending per Jimmy e Francine. Sappiamo perfettamente dove Scorsese vuole portarci, ma questo non ci disturba, perché nonostante tutte le contraddizioni dei suoi personaggi, del musical come genere, egli riesce a creare una storia perfettamente coerente, umana. Una storia che soprattutto funziona. Quando tornerete a casa dopo aver visto The Wolf of Wall Street – a prescindere dal vostro grado di apprezzamento! – andatevi a ricercare questo film. Non si tratta di una storia vera, ma di una storia reale. Poi fatemi sapere.

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