Dal tip-tap alla Casa Bianca. Breve excursus sul cinema afroamericano da ieri ad oggi

di Denise Penna

Uncle Bill ballava il tip-tap con Shirley Temple in The Littlest Rebel (1935). Sam suonava “As Time Goes By” per Humprey Bogart e Ingrid Bergman in Casablanca (1942). Niente di meglio che musicalità, senso del ritmo e fascino esotico per presentare quello che certamente era un luogo comune per uno staff tecnico e un pubblico di bianchi. Lo stereotipo del nero, insomma, per i ruoli da “spalla”. Nemmeno l’Oscar a Hattie McDaniel, l’indimenticabile Mamy di Via con Vento, sembrava scardinare quell’aura naif, primitiva e bonaria, che aleggiava attorno ai personaggi di colore. Ovviamente, al ritmo di jazz.

La svolta arrivò negli anni ’70, quando gli studios sfornarono film black-oriented, dedicati a un pubblico di colore e diretti da registi di colore. Melvin van Peebles divenne il padre della Blaxploitation. Il filone raccontava la vita del ghetto, tanto pericoloso quanto glamour, condita da spacciatori, papponi e violenza senza censure. L’indimenticabile eroina del genere era Pam Grier di Foxy Brown, una stupenda fanciulla che era molto meglio non far incazzare.

 

Cos’è cambiato in questi quarant’anni?

Di gente incazzata se ne vede ancora. Basti pensare a Quentin Tarantino, che della Blaxploitation ha fatto un’esplicita ispirazione nel suo Jackie Brown, ingaggiando la Grier in persona e l’incazzato per eccellenza Samuel L. Jackson, immancabile dai tempi di Pulp Fiction. Poi, l’anno scorso, è arrivato Django, un Jamie Foxx scolpito nell’ebano, che al sempreverde Jackson ha dato parecchio filo da torcere e ha fatto una strage in salsa western (altro debole di Tarantino). Ma anche l’incazzatura può sembrare uno stereotipo e infatti non sono mancate le critiche, anche da parte di registi come Spike Lee.

Nel 1985 Il Colore Viola di Steven Spielberg è sicuramente diventato una pietra miliare sulla questione razziale e sullo strazio delle violenze domestiche vissute dal punto di vista femminile; chiaramente non è passato inosservato e ha fatto scuola (basti pensare alla struggente interpretazione di Whoopi Goldberg, allora esordiente).

Nel 2011 arriva The Help, quasi a raccoglierne l’eredità, raccontando la vita delle cameriere afroamericane del Mississippi presso famiglie borghesi di bianchi, negli anni ’60 di Martin Luther King. Il libro-scandalo scritto da Skeeter/Emma Stone, che ne raccoglie le testimonianze, rappresenta una rivincita, una svolta, per coloro che non avevano voce per ribellarsi. Un po’ come aveva raccontato Lee Daniels nel suo Precious nel 2009.

Oggi Daniels ci riprova, toccando il tema dei diritti civili, con The Butler, in questi giorni nelle sale. Un cast stellare, una storia commovente, per raccontare l’America contemporanea da Eisenhower a Reagan, vista attraverso gli occhi del discreto maggiordomo della Casa Bianca, Cecil. Forest Withaker, già premio Oscar per L’ultimo Re di Scozia, è affiancato dalla fantastica Oprah Winfrey, e ha finora raccolto critiche positive (quasi) all’unanimità.

E a questo punto, i motivi per cui questo film non abbia ottenuto nemmeno una nomination agli Oscar 2014, restano piuttosto oscuri. Ma tanto ci ha pensato Steve McQueen con il suo 12 Years a Slave a compensare…

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