Inception, un finale aperto (o forse no)

di Erica Benedettelli

Quante volte, alla fine di un film, ci è capitato di dire “Eh? Non ho capito niente”? Quante volte, mossi dal nostro cervello in elaborazione, ci siamo costretti a rivedere il film almeno altre tre volte di fila, spingendoci, infine sconfortati, a cercare suggerimenti sulla rete per una possibile spiegazione? Ecco, è esattamente questo che mi è capitato dopo la visione di Inception di Christopher Nolan

Alla ricerca (disperata) di una risposta alla domanda “siamo nel sogno o nella realtà?”, dopo la visione della famosa trottola che continua a girare sul tavolo, mi sono messa in moto e ho trovato una serie di teorie a favore di entrambe le ipotesi, traendone un’interessante conclusione.

Siamo nel sogno? Qualora fosse questa l’idea più gettonata nella vostra mente e, siate mossi, quindi, da un impulso omicida verso il regista, le teorie a vostro favore sono molteplici. Tutto quello che si è visto dalla metà del film in poi è una pura invenzione, in realtà Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) è ancora comodamente addormentato a Mombasa, sotto l’effetto di un potente sedativo, e la sua mente è proiettata verso l’operazione che lo porterà al ricongiungimento con i figli.

Affinché questa teoria sia credibile e veritiera è necessario porre l’attenzione sull’oggetto cardine del film: la trottola/totem. L’oggetto in questione, come viene ripetuto più volte, è personale e solo il sognatore conosce le sue proprietà. La trottola che usa Cobb, però, era della moglie deceduta, Mal (Marion Cotillard) e, quindi, potrebbe “tradirlo”, potrebbe fargli credere di essere nel mondo reale, mentre è ancora nel sogno o, viceversa, potrebbe modificare la sua intera esistenza come vedovo in depressione, impazzito tanto da non distinguere i due mondi.

Siamo nella realtà? Dopo aver seguito la strada “stravolgi il film e vai dallo psicanalista”, ci sono, poi, quelle teorie che si mantengono sulla linea base della pellicola, con un finale felice di riconciliazione. La trama è, quindi, fluida, per quanto il film lo consenta, con un viaggio nel mondo onirico, con una risalita nel mondo reale e con un premio di consolazione per Dom Cobb che può riabbracciare i suoi amati figli.

Anche in questo caso, ponendo l’occhio sui particolari, possiamo notare che Dom porta la fede nuziale solo nel mondo onirico nel quale, di fatto, risulta ancora sposato, sfatando quindi la teoria della demenza totale, inoltre si ricorda i suoi passi, il modo in cui è giunto da un luogo ad un altro e questo è possibile solo nella realtà. Nolan, infine, mosso dalla compassione per i poveri spettatori, fa notare, in un’intervista a Wired, che i bambini nella scena finale sono diversi, sono cresciuti e hanno anche abiti diversi, ‹‹abbiamo, infatti, lavorato con un’altra coppia di bambini›› specifica Nolan, tanto per confonderci ancora un pò.

E, quindi, dopo questa carrellata di ipotesi che, con le dovute prove, non fanno altro che complicare le idee a un ancora turbato spettatore, dov’è la verità? No, non è “nel mezzo”, come direbbe il famoso detto, ma all’inizio ed é nelle parole del protagonista Dom Cobb:

‹‹Qual è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale? Un’idea. Resistente e altamente contagiosa. Una volta che un’idea si è impossessata del nostro cervello, è quasi impossibile sradicarla››

Ebbene sì, un’idea non è altro che un innesto, come quello che fanno i protagonisti, ma che questa volta ha fatto a noi Christopher Nolan: siamo stati “inceptionati”, per così dire, ci è stata innestata l’idea che tutto quello che abbiamo visto fosse irreale, pura fantasia dell’attore protagonista o puro divertimento sadico del regista, quale sia il punto di vista dal quale lo si vuole vedere. È nella conclusione, quindi, che il film gioca la sua carta migliore con l’idea del dubbio: del resto, dopo Memento e dopo Di Caprio in Shutter Island, come potevamo non cascarci?

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2 thoughts on “Inception, un finale aperto (o forse no)

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