Romanzo grafico e romanzo di formazione

di Augusto Ruggieri

Una delle declinazioni più fortunate del romanzo grafico è sicuramente quello del romanzo di formazione, che in alcuni casi diventa racconto autobiografico. Sarà che molti lettori, che costumi sgargianti e realtà alternative proprio non li reggono, hanno finalmente trovato qualcosa di più vicino alla loro sensibilità: storie spesso agrodolci e che hanno un’impronta molto più personale, laddove l’autore ha la totale libertà d’espressione, diversamente da quanto accade nel mondo del fumetto seriale.

Uno degli esempi più autorevoli è sicuramente Maus di Art Spiegelman. L’origine risale a una breve strip del 1972, ma è dal 1980 al 1991 che Spiegelman pubblica in episodi la propria opera sulla rivista Raw. Nel 1992 vince il premio Pulitzer, assicurando visibilità e prestigio al medium con i baloon. Spiegelman usa la formula dell’intervista e chiede al padre di raccontargli la propria esperienza durante la seconda guerra mondiale e in particolare della prigionia nel campo di concentramento di Auschwitz, con una particolarità: nella sua storia le persone hanno l’aspetto di animali; gli ebrei sono rappresentati come topi e i nazisti come gatti.

Negli ultimi anni il tenore delle storie si è alleggerito per lasciare spazio a racconti più familiari a ragazzi e adolescenti, specialmente quelli cresciuti in piena MTV generation. Le costanti sono diventate l’ironia e la confessione, brutale e impietosa, fatta in prima persona dall’autore. Ecco alcuni esempi provenienti dall’America.

Joe Matt, sulla rivista Peepshow pubblica, a partire dal 1992, la propria autobiografia a fumetti. I singoli episodi verranno poi raccolti in tre volumi, ognuno riguardante un periodo della sua vita. Il primo è The Poor Bastard, che racconta i primi anni della sua carriera di fumettista e della complicata relazione con la fidanzata; il secondo è Fair Weather, dove torna alla propria infanzia e alla sua passione per i fumetti; l’ultimo è Spent (in italiano Al capolinea) nel quale l’autore confessa la propria ossessione per la pornografia.

Chester Brown disegna nel 1994 I never liked you, dove parla della propria adolescenza, del difficile rapporto con i coetanei a scuola e con la famiglia. In Paying for it (Io le pago) si mette a nudo (in tutti sensi) e svela la sua dipendenza dal sesso con le prostitute, e quindi l’impossibilità di avere una relazione stabile con una donna.

Le scarse doti relazionali dei protagonisti rappresentano a tutti gli effetti una sorta di fil rouge che lega tutte queste opere. Ne fa parte anche Ghost World, nato dalla matita di Daniel Clowes. Inizialmente serializzato sulla rivista Eightball, dal numero 11 al 18, e raccolto in volume nel 1997, ha per protagoniste due adolescenti, Enid e Rebecca.

La storia si concentra sull’estate del conseguimento del diploma per arrivare fino a un non meglio precisato momento nel loro futuro, dove le due sono ormai giovani donne. Enid e Rebecca, campionesse di cinismo e sarcasmo, hanno un passatempo prediletto: vomitare sentenze acidissime su tutto e tutti. Non mancano scene al limite del grottesco, come quando Enid riesce a convincere il padre a comprarle una macchina per andare all’università: sceglie un carro funebre. Costantemente delusa dal genere umano e caratterizzata da una mal celata misantropia, Enid ci riporta inevitabilmente a Daria, protagonista della serie animata omonima prodotta da MTV e andata in onda dal 1997 al 2002. Fenomeno trasversale, questo, che ci restituisce l’immagine di una generazione di adolescenti americani in preda ai postumi del fenomeno grunge.

Si arriva così al nuovo millennio e nel 2000 viene pubblicato Jimmy Corrigan: the smartest kid on earth di Chris Ware. La storia, seppur di finzione, contiene elementi autobiografici, come l’incontro dell’autore con il padre in età ormai adulta, ma è soprattutto il meticoloso lavoro nell’impostazione delle tavole, e nel modo di raccontare gli eventi, su più piani narrativi, che alimenta la fama di Ware come uno degli autori più interessanti nel panorama americano e non solo.

Blankets (2003) di Craig Thompson è una vera e propria autobiografia e si concentra su alcuni aspetti della vita dell’autore, come la fede cattolica imposta severamente dai genitori e la sua prima storia d’amore con Raine, una ragazza conosciuta durante un ritiro di studio della Bibbia. Pare che Thompson abbia realizzato questo romanzo grafico anche con l’intenzione di confessare ai genitori l’allontanamento dal Cristianesimo.

In Stitches, del 2009, David Small usa il fumetto come mezzo per esorcizzare i propri demoni interiori, ma anche per esprimersi, come altrimenti non potrebbe. La storia infatti si concentra su episodio cruciale nell’infanzia dell’autore: la perdita della voce in seguito a una delicata operazione alle corde vocali, che gli lascerà una brutta cicatrice sul collo, da cui il titolo del libro (stitches, in italiano: punti).

Anche in Italia l’usanza di raccontarsi tramite il fumetto ha coinvolto decine di autori, da Andrea Pazienza, con i suoi personaggi iperbolici, fino a esempi più recenti: Gianni Pacinotti, in arte Gipi, Manuele Fior, che col suo Cinquemila chilometri al secondo si è aggiudicato nel 2011 un premio al Festival di Angoulême, Alessandro Tota e molti altri. L’anno scorso è uscita un’autobiografia dal titolo emblematico: Graphic novel is dead, di Davide Toffolo. Abbiamo chiesto all’autore di rispondere ad alcune domande sul suo ultimo lavoro e sulla relazione con l’altra sua occupazione, quella di frontman dei Tre allegri ragazzi morti. Potrete leggere l’intervista tra breve su questo blog. Stay tuned.

#Graphic Novel:

Capire la Graphic Novel, di Anna Molteni

Graphic novel e cinema: Clementine e Adèle su due rette parallele, di Denise Penna

Graphic novel is still… rock!, di Marina Porcheddu

Non solo carta; la graphic novel in Utopia e nei serial, di Erica Benedettelli

Romanzo grafico e romanzo di formazione, di Augusti Ruggeri

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