Capire la Graphic Novel

di Anna Molteni

Carissimi lettori, questa sarà una settimana interamente dedicata alla graphic novel. Quanti di voi sono stati posti sotto giudizio di parenti e amici, troppo “intellettuali” e troppo cresciuti per leggere i fumetti? Immagino sia capitato a molti. Questa serie di articoli non è rivolta solo a voi, ma a tutti coloro che denigrano il genere, guardandolo dall’alto in basso con atteggiamento di sufficienza.
Cercheremo dunque di chiarire certi snodi fondamentali e comprendere il punto di vista degli appassionati, ma soprattutto capire come si è arrivati alla popolarità di questo genere, che prima pareva essere uno “sport” di nicchia.

Sono svariate le questioni aperte e dibattute: graphic novel e fumetto son due oggetti distinti, oppure si può attribuire una paternità del fumetto sulla GN? (termine “amichevole”) Nella traduzione italiana, l’uso dell’articolo determinativo è maschile o femminile? Il movimento hipster ha contribuito realmente alla rivalutazione della GN?

Entriamo dunque, nel vivo del discorso, la GN e il fumetto sono entrambe delle storie accompagnate da disegni, con la differenza che la GN è un vero e proprio romanzo grafico.

Autoconclusivo, rilegato e stampato su carta pregiata, distribuito nelle librerie e non (o non solo) nelle edicole, semplicemente una nuova etichetta commerciale.

Dunque, se la GN potesse avere un cognome questo sarebbe sicuramente “fumetto”.

La legittimazione del genere nasce da un’esigenza pratica dell’artista, perché si trova di fronte a sceneggiature che non rientrano più nel genere comics che, proprio per definizione, riporta all’idea di un qualcosa che diverte, infatti, ora i temi affrontati, sono differenti per spessore, tal volta tragici e drammatici.

Negli anni ’60 le tematiche divengono più complesse, le trame s’infittiscono di rimandi vicini alle problematiche esistenziali dell’individuo, della collettività e i personaggi acquistano sempre più spessore psicologico.

L’uso della locuzione è attestato già nei primi anni ’60 in altri autori.

Nel 1964 lo scrittore Richard Kyle si riferisce con quella denominazione a un lungo formato di fumetto e in seguito, nel 1976, George Metzer la usa in Beyond Time and Again. Risulta anche attestata in Bloodstar di Richard Corben del 1975, illustratore statunitense, noto anche come Gore, Corb, Harvey Sea.

Le questioni sull’origine geografica e sulla paternità del romanzo grafico rimangono tuttavia aperte.

Occupiamoci ora di un altro mito da sfatare: luogo comune, impropriamente, vuole che gli hipster abbiano contribuito all’ascesa del genere, in realtà è una vera e propria eresia. Hipster è un movimento che nasce negli anni ’40: sono gruppi di persone che perorano la causa nera, imitando lo stile di vita dei jazzisti afroamericani.

Per quanto riguarda la reale rivalutazione del genere, a concentrare il focus sull’evoluzione del fumetto contribuisce, in particolare, il Gruppo 63 di cui faceva parte il semiologo Umberto Eco. Quest’ultimo, già con la pubblicazione di Opera aperta, aveva introdotto il pubblico dei lettori all’analisi dei fenomeni di massa secondo una concezione estetica nuova.

Nel 1963 pubblica l’introduzione alla prima raccolta italiana delle strisce di Charles M. Schulz, lo definisce “poeta” suscitando non poche polemiche:

“Se ‘poesia’ vuol dire capacità di portare tenerezza, pietà, cattiveria a momenti di estrema trasparenza, come se vi passasse attraverso una luce e non si sapesse più di che pasta sian fatte le cose, allora Schulz è un poeta”, scrive Eco nella prefazione del 1963.

L’apice dell’innovazione del genere avviene verso la fine degli anni ’70 con Andrea Pazienza

L’ibridismo linguistico, la contaminazione dei registri, tipici delle opere di Pazienza, caratterizzano anche l’intera generazione del ’77 con la quale spesso si collettivizzano opere a fumetti.

Ancora rimane un oggetto ermetico, tanto che si è sentita l’esigenza di dare vita ad un manifesto per legittimarlo, steso dallo scozzese Eddie Campbell insieme ad Alan Moore, documento pressoché sconosciuto anche da quelli che si autodefiniscono esperti del genere.

I romanzi grafici di cronaca, storiografia, attualità, sono la nuova tendenza del XXI secolo, anche le biografie di musicisti non sono escluse. Ricordiamo la testimonianza sulla Shoah pubblicata negli anni Ottanta a opera di A. Spiegelman (premiato con lo Special award del Premio Pulitzer) e Persepolis (2000) di M. Satrapi, testimonianza sulla condizione della donna in Iran in seguito alla rivoluzione islamica, V per Vendetta del 2005 diretto da James Mc Teigue, film tratto dal romanzo grafico V for Vendetta scritto da Alan Moore e illustrato da David Lloyd.

Anche le serie Tv non rimangono incontaminate da questo vortice, pensiamo a Heroes, dove un magistrale Santiago Cabrera, il tossicodipendente Isaac Mendez, può dipingere il futuro e lo fa attraverso delle graphic novel, oppure The Walking Dead, progettata dal regista Frank Darabont, ispirata all’omonima serie a fumetti scritta da Robert Kirkman.

Persino null’ambiente musicale esercita un’azione determinante, mi basti citare gli Iron Maiden con When the Wild Wind Blows tratto dall’omonima graphic novel di Raymond Briggs che ha ispirato la canzone.

La GN è una tecnica che si presta a contaminare le altre arti e ad essere influenzata, è predisposta geneticamente alla transmedialità, ma ora vedremo meglio nel dettaglio come.

#Graphic Novel:

Capire la Graphic Novel, di Anna Molteni
Graphic novel e cinema: Clementine e Adèle su due rette parallele, di Denise Penna
Graphic novel is still… rock!, di Marina Porcheddu
Non solo carta: la graphic novel in Utopia e nei serial, di Erica Benedettelli (28 Aprile)
Romanzo grafico e romanzo di formazione, di Augusti Ruggeri (29 Aprile)

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6 thoughts on “Capire la Graphic Novel

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