Inversione a U: l’underground bolognese – Spazi urbani da riconquistare con un salto

di Olga Torrico

Nella prossima settimana restate connessi perché seguiremo la via della U. U sta per Underground, per chi non l’avesse ancora capito. Le tappe in programma sono alcune tra le più significative nel ricchissimo scenario bolognese.

Un nodo di rivoli si snoda sotto la città, ma di realtà “sotterranee” l’adorata Felsinea ne svela per strada, a cielo aperto. Che in Via Piella ci sia uno dei sette segreti di Bologna, la famosa finestrella che dà su uno scorcio venezieggiante, lo sanno un po’ tutti. Rilanciamo sui sette segreti per i cinque appuntamenti con l’underground. Yo.

Bologna Underground: si parte per il tour. Occhio alla carta.

Partiamo dalla periferia di Bologna: via Stalingrado, numero 59. Siamo al Senza Filtro, il “centro per lo smistamento di arti differenti”. Un luogo singolare l’edificio dell’ ex-fabbrica Samputensili. Lo spazio è enorme: 6000 mq, fino al 2012 abbandonati e devastati da predatori di rame, incendi, scarico di macerie, dormitori abusivi. Adesso saettanti di skateboarders, parkourers e acrobati.

Uno spazio che è tornato in vita grazie a Planimetrie Culturali, l’associazione che negli ultimi anni ha operato una “bonifica culturale” di diverse aree bolognesi in preda al degrado. Si sceglie un edificio e lo si rimette in piedi. Quello che prima era un regno di grigiore e muri scalcinati diventa sede di attività artistiche e culturali diversissime, alle quali si vuole dare uno spazio legale. La filosofia di Planimetrie è una presa di coscienza profonda della città in cui viviamo, una consapevolezza che si fa anche un po’ istinto. Conoscere la metropoli significa vederla e toccarla, seguirne le trame nascoste, le sagome dei palazzi, la storia che li ha visti salire verso il cielo.

La microcriminalità si innesta soprattutto in periferia, talvolta si insinua anche verso il centro: il cittadino si sente minacciato, cataloga alcune aree come pericolose. Se ne allontana, le abbandona, le evita. Le esclude dalla sua vita, dalla sua libertà di movimento. Planimetrie interviene per invertire il corso delle cose. “Ricicla, riusa, ricrea” è il suo motto, che rimette in circolo l’energia e la voglia di fare. Perché poi di quella ce n’è tanta e questi edifici “perduti”, outsiders dell’underground, hanno da offrire qualcosa di cui si sente veramente bisogno: più spazio per l’arte, per la cultura, per l’espressione, per noi.

Da circa tre anni Senza Filtro è per eccellenza il luogo in cui il corpo umano riprende possesso dello spazio che lo circonda. Le arti che vengono studiate al suo interno sono in sintonia con l’anima di questo concetto. Sono discipline fisiche, centripete. Parkour, Bmx, trapezio, tessuti: attività che mettono in moto ogni centimetro del corpo, che fanno di apprendisti e professionisti schegge veloci. Incredibile a vedersi, è come se tentassero di occupare più spazio nel più breve tempo possibile, di essere in più luoghi allo stesso tempo, di viverli tutti, di occuparli tutti.

Grian e Lillo, giovani ma espertissimi parkourers, hanno visto nascere e crescere il progetto del Senza FIiltro. Eccoli in azione.

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Insegnanti mirabolanti, mi raccontano delle loro avventure per aria, di quando i bolognesi denunciavano i parkourers perché non sapevano cosa facessero arrampicati sulle cabine telefoniche, o di quando Grian si è lanciato dalla Montagnola. Ma la chiacchierata prende una piega particolarmente interessante nel momento in cui parliamo di paura.

Io: “Avete paura?”

Loro: “Assolutamente sì” – rispondono quasi in coro.

“La filosofia di base del parkour sta nel fatto che si deve essere sicuri di quello che si sta facendo, mentre lo si sta facendo. Il cervello deve essere attivo in quel momento. La paura serve per migliorare te stesso. Se ti trovi di fronte a un ostacolo e ti rendi conto che non riesci a superarlo per paura, allora significa che non sei ancora pronto. Sicuramente deve esserci un allenamento sia mentale che fisico. La paura ti serve per capire dove sono i tuoi limiti. Poi evolvi e la paura si assottiglia sempre più. Ricerchi più l’adrenalina. Nel momento in cui salti, sei in aria e sai che stai controllando il tuo corpo in ogni mimino movimento, sai perfettamente dove sei, sai dove si trova il tuo corpo nello spazio anche se è a testa in giù come non è mai durante il giorno. E riesci ad arrivare all’obiettivo. La parte più bella è che quando ti avvicini al parkour cominci a vedere la città, l’ambiente che ti sta intorno in modo completamente diverso. Una scala: vedi tutte le persone che salgono normalmente, tu invece potresti metterci due secondi e salire dal muretto di fianco” – dice Grian.

Parkour significa percorso, ma si parte da un punto A per arrivare a un punto B: è un percorso univoco. Prima di fare il percorso lo immagino nella testa, lo dice anche Ryan Doyle. È stupendo poter immaginare il proprio percorso come un nastro e sentirsi già parte di quello, sentire il proprio corpo come se fosse teletrasportato in quel punto, poi nell’altro ancora. Ma non è comunque un cerchio che si chiude. Non c’è più nessun tipo di barriera, sia a livello effettivo che mentale.” – continua.

Acrobazie da rompicollo riscattano luoghi come il Senza Filtro, a volte stupidamente additati a centri di baldoria. Si crea un mondo, un punto di riferimento di grande impatto sociale, che salva l’ex-fabbrica dall’abbandono e restituisce un’identità forte. Una nervatura di rabbia, una forza che sfocia nel disprezzo per il pericolo, una tempra ribelle sottende la bellezza di salti e evoluzioni fisiche. Se a volte i più “tradizionali” ne sono spaventati e guardano sottecchi quei “ragazzacci”, non ne capiscono le convinzioni e le passioni. Non si rendono conto che ricolorano la città con il loro movimento che sfida le leggi della gravità.

#Inversione a U:

Spazi urbani da riconquistare con un salto, di Olga Torrico
Blu. Dalla Bolognina al Nicaragua, di Ennio Formusa
Musica Underground bolognese: il Rap da Isola nel Kantiere ad Arena 051, di Bruna Di Giacomo
Non solo graffiti: il Cheap Festival, di Beatrice Sgaravatto
La Bologna di celluloide: i mitici portici raccontati senza filtro, di Alessia Romano

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5 thoughts on “Inversione a U: l’underground bolognese – Spazi urbani da riconquistare con un salto

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