Famiglie del terzo millennio: il segreto alla base della non-famiglia di Sister

di Nicola Donadio

L’evoluzione della forma “famiglia” in Occidente si è spesso intrecciata all’evoluzione del cinema. La famiglia ai nostri giorni con le sue tante sfaccettature è rappresentata in modo esemplare in un film come Sister, secondo lungometraggio di Ursula Meier del 2012.

Simon ha dodici anni e vive con la sorella maggiore Louise, di una decina d’anni più grande. Nessuna traccia dei genitori, che si aggirano come fantasmi lungo tutta la durata del film.

Il bambino e la sua “sister”, come la chiama lui, si guadagnano da vivere rubando attrezzature alla vicina stazione sciistica e rivendendole a bassi prezzi. Simon è un maestro nel rubare sci, occhiali, guanti e quant’altro.

Ad ogni modo la loro è una vita ai margini della società, come se per entrambi non ci fosse la speranza di una salvezza, di una redenzione; senza contare che prima o poi la stagione sciistica finisce.

L’assenza domina, fino al punto da farci pensare che i veri protagonisti del film siano i personaggi che non compaiono nella storia (in primis i genitori). La faccenda risulta molto più semplice quando si scopre il sorprendente segreto che è alla base di questa (ora possiamo dirlo) non-famiglia.

Già in Home la Meier aveva esplorato il campo della vita familiare e della sua crescente stratificazione nella nostra società. Con Sister insiste sullo stesso argomento, salvo annullare poi il concetto stesso di famiglia, dato che non si può definire “una famiglia” quella in cui l’uomo di casa è un bambino di appena dodici anni costretto a mille peripezie per sopravvivere assieme a sua sorella.

Cast da applausi: Kacey Mottet Klein ha un futuro assicurato, Lea Seydoux sarebbe subito dopo salita alla ribalta per la sua partecipazione a La vita di Adèle e Gillian Anderson, la celebre attrice di X-Files, interpreta una facoltosa turista raggirata da Simon.

Come spesso accade c’è stato un problema di traduzione per quanto riguarda il titolo del film. Lo ha spiegato la regista stessa: «Era difficile tradurre il titolo originale (L’enfant d’en Haut – Il ragazzo visto dall’alto); non aveva molto senso perciò ho accettato anche il titolo in inglese che tutti potevano capire. In effetti, mi piace molto l’idea dei due titoli, ovviamente non lo farei per tutti i miei film, ma per questo va benissimo. In fondo così sottolineiamo una certa schizofrenia che c’è in Sister. Una dicotomia tra menzogna e ricerca dei ruoli». Così, per una volta, anche la scelta di traduzione si è rivelata fondata su una qualche motivazione.

Non è nuova questa indagine, tipica tra l’altro del cinema di lingua francese, sulle famiglie e soprattutto sul ruolo che i bambini hanno nelle famiglie stesse. Non a caso tra coloro che l’hanno ispirata la Meier inserisce, oltre ai Dardenne, anche un certo Francois Truffaut.

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2 thoughts on “Famiglie del terzo millennio: il segreto alla base della non-famiglia di Sister

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