Riflessioni musicali: il presente e il ricordo. Quattro mesi senza Lou

di Denise Penna

È davvero difficile trovare l’ispirazione per un articolo quando la mente non è libera. Menomale che c’è la TV, quella fantastica scatola nera che come il cappello di un prestigiatore contiene infinite sorprese. È proprio facendo zapping che mi sono imbattuta nella daily di Amici. Ciò che ritengo il peggio del peggio, un reality show, paradossalmente, mi ha illuminata. E mi ha fatto pensare al valore che la vera musica ha nella nostra vita. Rischiando di cadere nel triviale, voglio dare anche io, nel mio piccolo, un saluto a Lou Reed.

Un’orrenda esibizione senza sentimento di due ragazzini vestiti di giallo, una canzone che ho rimosso: solo dieci minuti della striscia quotidiana del talent show sono bastati e avanzati.

Tra meno di un mese, il cavallo di battaglia di Maria De Filippi, arriverà al fatidico serale e quest’effimera e dubbia fabbrica di talenti sfornerà l’ennesimo prodotto discografico studiato a tavolino.

E allora, per contro, penso alla Musica, quella vera.

Quasi cinque mesi fa, l’Olimpo degli Dei del Rock ha accolto un nuovo inquilino: Lou Reed, il leggendario leader dei Velvet Underground se n’è andato a ottobre e con sé porta un altro grande pezzo della Musica. L’eredità che ci lascia sono le sue canzoni. Una bolla di purezza, di sensazioni intense e palpabili si impadroniscono di chi ascolta la sua voce all’apparenza minimale ma profonda, calda. I suoi testi, ormai dei classici, hanno raccontato la bellezza dell’amore in tutte le sue sfumature, da quello a pagamento e sessualmente ambiguo a quello violento; da quello geloso a quello delicato e ordinario. Lou era versatile, era candido e maledetto; è stato in tutto e per tutto un poeta del rock, un’icona della moda, un’ispirazione non solo per chi lo ha ascoltato ma anche per chi l’ha conosciuto.

Commoventi e appassionate sono state, fra tutte, le parole di Patti Smith sulla scomparsa dell’artista, ricordando il loro primo incontro e descrivendo con estrema delicatezza le sensazioni che la notizia le ha suscitato: «Lou Reed era morto. Ho fatto un respiro profondo. L’avevo visto di recente con la moglie Laurie […] Quando Lou mi ha salutata, mi è parso che i suoi occhi scuri contenessero una tristezza infinita e benevola. […] una sensazione a onde montava, poi è deflagrata riempiendo l’atmosfera di energia ipercinetica». E ancora: «[…] volevo capire perché avevo la sensazione che quella data – il 27 ottobre – fosse significativa. Ho scoperto che è il compleanno di Dylan Thomas e di Sylvia Plath. Lou ha scelto il giorno giusto per salpare: il giorno dei poeti, una domenica mattina, il mondo alle spalle.»

E oggi cosa vediamo ogni giorno? Ragazzi accecati dai sogni. Successo, soldi, dischi, premi come se piovesse, magari il Festival di Sanremo. E i risultati sono sempre gli stessi: voci tutte uguali, melodie scontate, testi monotoni e poco originali. Insomma, un esercito di fotocopie senza personalità, che si amplia anno dopo anno (se tutto va bene) con sommo piacere di fan che consumano questo tipo di pop nazional-popolare senza far faticare tanto le orecchie.

Io però sono qua che ascolto con le cuffie nelle orecchie, che mi isolo in quella bolla di note e vedo lì Lou, sorridente, a strimpellare. Con Jimi, con Jim, con John, con Syd, con Freddie. E sorridendo anch’io, voglio ricordarlo così.

Ciao, Lou.

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