A postcard from Italy. La grande bellezza e il successo americano

di Diletta Drago

E’ il film più discusso degli ultimi mesi, dalla sua uscita nelle sale italiane, nel maggio 2013.

In Italia ha diviso nettamente la critica ma all’estero, e in particolar modo in America, ha incantato il pubblico vincendo premi e onoreficenze da ogni istituzione cinematografica. Stiamo parlando dell’ultimo film del partenopeo Paolo Sorrentino, La grande bellezza.

Ci sorprende davvero questo Oscar? Calcando prima i red carpet più prestigiosi del vecchio mondo – dai BAFTA 2014 alla valanga di premi EFA – Sorrentino prende nel 2014 il primo transatlantico disponibile in partenza per gli USA e, nel giro di qualche mese, ecco arrivare premi da ogni angolo, a cominciare dall’Hollywood Film Festival e arrivando al Golden Globe per il Miglior film straniero.

Dopo 15 anni l’Oscar torna in Italia, anticipato dall’eco di ogni testata statunitense. “Un’ode elettrizzante selvaggiamente creativa”, ha scritto il New York Times; “Potrebbe semplicemente essere il film più indimenticabile dell’anno”, ha titolato il New York Magazine e anche il Times non è stato da meno: “La gioia di questo film risiede nella sua magnificenza”.

Insomma, solo premi e complimenti. Ma perché questa Italia e il suo cinema piacciono così tanto oltreoceano?

Senza soffermarsi troppo sulla trama del film, basta innanzitutto dare un’occhiata al protagonista: un giornalista cinico e disilluso, ad un punto morto della sua carriera e immerso in un ambiente fatto quasi esclusivamente di mondanità. E questo mi sembra sufficiente a cogliere le analogie con un passato cinematografico che in America conoscono molto bene; Jep Gambardella sembra un personaggio nato dall’incontro di due grandi protagonisti felliniani, il Marcello della Dolce Vita e Guido di 8 ½.

È risaputo. Per gli americani la storia del cinema italiano si ferma intorno alla fine degli anni Sessanta. De Sica, Rossellini, Visconti e Fellini. Chiunque conosce La Dolce Vita, lo scintillio di Via Veneto, “Michelangelo e ‘O sole mio”, come dice la tedesca di Amarcord. E, in tempi recenti, anche Woody Allen rende omaggio a Fellini, facendo passeggiare Benigni in Via Veneto, nel suo To Rome With Love. E l’ingrediente per il successo sembra proprio questo: richiamare alla memoria un nostalgico odore, di quelli che – “proustianamente” parlando – piace ricordare, unire il linguaggio universale del cinema a stereotipi nostrani, creare qualcosa che “fa” molto italiano.

E Sorrentino si dimostra abilissimo nell’impresa. Sfrutta quello che all’estero è, probabilmente, il simbolo più efficace dell’Italia degli ultimi sessant’anni e va oltre, aggiornando la sua visione ai nostri tempi e alle nostre imperfezioni. Rappresenta perfettamente il bel paese, visto con gli occhi di uno spettatore medio, americano, che l’Italia non la vive, ma magari la sceglie come meta per le vacanze; e del resto, i nostri luoghi comuni ci sono tutti: Roma, l’arte, le feste, il latin lover, il cinismo, il disincanto, la magia della notte.

Altrettanto risaputo è il malcontento tipicamente italiano, che ha diviso la critica in due. Chi osanna Sorrentino e chi, invece, lo critica perché secondo loro questa non è per niente l’Italia in cui viviamo.

A noi non va mai bene nulla. Se non vinciamo nessun premio critichiamo un film fino a renderlo orribile anche a chi, magari, non l’ha neanche visto; ma anche quando all’estero riconoscono in noi qualche talento… sì, anche in quel caso riusciamo a trovare quel “ma” o quel “però” di dissenso.

E forse è anche vero che non saremo mai pronti ad accettare una visione troppo simile alla realtà, come quella che ci regala Sorrentino.

Anche in questo caso, il film può piacere o no; potrebbe anche non essere l’opera migliore del regista. Ma quello che è indubbio è il risultato finale.

Nel suo primo giorno di uscita al Lincoln Plaza Theater di New York il film ha incassato 23 mila dollari per quattro spettacoli in un’unica sala. Prova del fatto che nella logica di mercato la pellicola funziona e stravince. E diventa un perfetto oggetto d’esportazione, un souvenir da comprare prima di ripartire, una colorata cartolina dall’Italia; in altre parole: un perfetto oscar al miglior film straniero.

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5 thoughts on “A postcard from Italy. La grande bellezza e il successo americano

  1. Si, mi trovi d’accordo. Il “caso DiCaprio” è davvero eclatante…ma comunque dopo i mancati riconoscimenti per Django Unchained, insomma..non spero più in niente. Penso sia stata una delle sue migliori performance. Quello del film di Sorrentino è davvero un successo che dobbiamo goderci; se fossimo un pubblico di persone intelligenti saremmo in grado di fare tesoro di un risultato così importante per dare al cinema italiano il lustro che merita.

    • Esatto. Siamo l’ opposto dei francesi e degli americani: loro non si autocriticano nemmeno con una pistola alla tempia, noi lo facciamo anche quando non ce n’é alcun bisogno. E forse anche questa é una delle chiavi dei nostri successi artistici. Grazie per la risposta! : )

  2. Pingback: Non sarà mai Hollywood: la fuga dei cervelli italiani | Fuori Corso

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