Aspettando Critica 2.0 – A qualcuno piace web

di Diletta Drago

Evoluzione, involuzione, trasformismo, mutazione. A quale fenomeno va ricondotto il cammino della critica cinematografica?

La crisi della carta stampata e la nascita della cosiddetta “blogosfera” sono due degli aspetti più interessanti e rilevanti del panorama culturale degli ultimi trent’anni e, dalle numerose riflessioni a riguardo, non si può escludere la critica cinematografica.

Se è vero che il duopolio televisivo degli anni Ottanta ha messo in ginocchio il cinema, i giornali e il ruolo del critico, è altrettanto vero che Internet ha spostato il luogo di costruzione della coscienza critica dalle pagine delle riviste e dai cineclub agli schermi casalinghi e alle pagine web di forum, blog e siti dedicati alla discussione.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: nell’era del “tutto e subito”, della pay-tv e dello streaming, che fine ha fatto il caro, vecchio giornalista, che un tempo occupava le terze pagine dei quotidiani?

Lo spettatore di oggi – è indubbio – fa da sé. E così anche il semplice appassionato inizia a scrivere e parlare di cinema e “fare critica”. La blogosfera oggi è in continua crescita: il 2005 è l’anno che consacra il blog come miniera indispensabile del lavoro giornalistico e nel 2011 se ne contano circa 156 milioni.

Come in ogni aspetto della vita quotidiana, anche in questo caso ci troviamo davanti a numerosi vantaggi e ad altrettanti svantaggi. La prospettiva di sopravvivenza per una critica ai margini del mainstream c’è, grazie alla diffusione continua e capillare delle numerose pagine web, ai bassi costi di produzione e distribuzione, all’aggiornamento in tempo reale e alla multimedialità; il lato più “oscuro” della faccenda, però, è che chiunque può sentirsi legittimato a dire la propria su un film in uscita o su un classico tornato in auge. E quindi il parere ruvido di un non-addetto ai lavori vale tanto quanto quello di un docente o di un critico, se non addirittura di più, essendo più diretto e di più facile fruizione.

Ma in questa caotica riserva indiana del web c’è di più.

In un articolo pubblicato nel 2011 sul Guardian, il giornalista Neal Gabler sostiene che a destituire i critici di professione e la critica come professione, più che i blog, sono i social network: il “limite” dei 140 caratteri di Twitter o i commenti su gruppi o fan pages di Facebook sminuiscono il dibattito culturale in campo cinematografico. Con il loro rapido passaparola, essi rendono inutili tanto i commenti di chi “parla” attraverso la rete, quanto i pareri di quei pochi che ancora si affidano alla carta stampata.

E quando la vera competenza diventa un optional, si annullano la distanza, l’imparzialità e lo sguardo lontano da cui nasce l’essenza stessa della critica.

Collocare la figura del (nuovo) critico, o aspirante tale, diventa sempre più difficile. Com’è ugualmente difficile parlare del suo incerto futuro: probabilmente la scrittura dovrebbe riscoprire le proprie potenzialità e, da semplice “analisi clinica”, tornare a essere quel nostalgico e ritrovato piacere di scrivere, per far sì che anche una nuova critica sia possibile. Una critica che meriti di essere chiamata tale.

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2 thoughts on “Aspettando Critica 2.0 – A qualcuno piace web

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