La radio si fa cinema: La Maison de la Radio

di Cesare Cioni

Un medium che non ha immagini: la radio. Un genere cinematografico che non ha una trama né attori: il documentario. Sembra impossibile combinare questi due elementi in un film interessante e avvincente: ma Nicolas Philibert c’è riuscito. Alla grande.

Philibert, a cui dobbiamo anche Essere e avere, è un affermato regista di documentari, che rivendica con orgoglio il ruolo di cineasta completo. Non cerca di “sparire” dietro le immagini, nell’impossibile ricerca di un’opera completamente spersonalizzata e obiettiva; e non aggredisce lo spettatore con una tesi da dimostrare.

Per La maison de la Radio (Francia, Giappone 2013), invece di nascondersi ha prima chiesto il permesso alla direzione; e poi per sei mesi ha esplorato le stanze del grande edificio circolare parigino, progettato da Henri Bernard, che ospita le emittenti radiofoniche nazionali francesi, detto appunto “la casa della radio”.

Redattori, presentatori e ospiti delle numerose trasmissioni che hanno accettato di essere ripresi erano ben consapevoli della presenza della sua piccola troupe. Ma il regista ha evitato di sollecitarli o dirigerli, ha lasciato che svolgessero normalmente il loro lavoro e parlassero liberamente davanti alle macchine da presa.

Le decine di ore di filmato sono state poi ri-composte e condensate in poco più di 100 minuti, che ricostruiscono una giornata-tipo della vita delle emittenti; ed è in questa fase che Philibert ha aggiunto il suo tocco di cineasta.

La natura del soggetto avrebbe suggerito un film basato soprattutto sulle voci, e in effetti è un film molto parlato. Ma – dopo un primo momento di frenesia mattutina sottolineato dalle acrobazie vocali delle Grandes Gueules – attraverso l’intrecciarsi di sguardi, cenni d’intesa, rossori ed esitazioni, dai frammenti il regista compone un mosaico, e poco a poco fa emergere situazioni, personalità e piccoli racconti ben caratterizzati in pochi tratti.

In uno studio una piccola équipe insegue la perfezione nella registrazione di un radiodramma; in un altro due redattrici sono alla caccia di notizie originali per i notiziari:

Un’insegnante di provincia è in soggezione di fronte a un famoso conduttore radiofonico, mentre in un’altra trasmissione Umberto Eco è un gatto sornione che monopolizza la conversazione.

Un maestro di dizione cerca di insegnare la corretta pronuncia tedesca a un coro francese; uno specialista di musica classica è quasi seppellito dai CD che occupano il suo ufficio:

Finché, a notte inoltrata, la voce roca di una bionda speakerine accompagna gli ascoltatori insonni nell’attesa di una nuova alba e dell’inizio di una nuova giornata di trasmissioni.

Immagini, personaggi, storie minime che gradualmente si fanno discorso, una riflessione sul piacere del proprio lavoro e sull’orgoglio della professionalità esercitata giorno per giorno. Non ci importa più sapere quanto la presenza di un osservatore abbia effettivamente influenzato il comportamento di chi svolgeva i propri compiti, tanto siamo coinvolti, catturati nel flusso della loro giornata.

Con questo bel film Philibert, traducendo in immagini la vita e la vitalità del mezzo di comunicazione che delle immagini ha sempre fatto a meno, realizza un’opera affascinante e riafferma anche implicitamente l’importanza di un servizio pubblico che sappia davvero dare voce a tutta la società.

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2 thoughts on “La radio si fa cinema: La Maison de la Radio

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