Sentimento fotografico: Ugo Borsatti

di Giulia Barini

“A cosa serve una grande profondità di campo
se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?”
Eugene Smith

Martedì 5 novembre, ho avuto la fortuna e l’onore di seguire la prima lezione del “Laboratorio di avvicinamento alla fotografia” tenuto nelle sedi de L’Altra Babele (Associazione studentesca e di promozione sociale) di Bologna. Il corso, tenuto interamente da Maria Orecchia, ha ospitato uno tra i più celebri fotografi di storia contemporanea italiana (soprattutto triestina): Ugo Borsatti.

Avendo da poco compiuto i 60 anni di attività fotografica, Borsatti è un simpatico veterano novecentesco che, nato nel 1927, ha vissuto sulla propria pelle le Grandi Guerre, lo sviluppo della società capitalistica, gli scioperi che la combattevano e l’avvento degli anni Duemila. Il tutto ritratto attraverso un gioco di lenti, con quello stesso obiettivo che ha visto evolvere negli anni, quello strumento che gli ha permesso di immagazzinare i ricordi per metterli a fuoco e porli di fronte ai nostri occhi.

In questo senso ci terrei a rendere omaggio a un Maestro che ha donato al passato una seconda vita attraverso una serie di scatti che parlano da soli, anche se, posso dirvi con tutta franchezza, senza le storie che ne accompagnano le vicissitudini, essi innalzano solo a metà il messaggio che desiderano imprimere.

Il racconto del Maestro Borsatti si sviluppa attraverso le sue istantanee, articolandosi in cinque tempi: la storia ufficiale del secondo Novecento che contiene le foto più celebri, il caleidoscopico carosello di vip che approdano sotto il Colle di San Giusto, i brividi che la bora, le gelate e le mareggiate regalano nel tempo, gli antichi mestieri e, infine, l’incontro di luoghi, personaggi e “frammenti” triestini.

Il lavoro di Ugo Borsatti è sicuramente ciò che mi ha spinto a scrivere questo breve estratto, nel quale ci tenevo in particolar modo a narrare un racconto del Maestro che mi ha fatto, più di ogni altro, trepidare. L’aneddoto riguardava una vecchia foto risalente a poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale: una foto che come potrete notare non ha bisogno di parole per essere spiegata.

Tuttavia, come detto sopra, la storia che la accompagna è senz’altro meritevole di lettura – se non di ascolto. Poco tempo fa il fotografo ha ricevuto nel suo studio la visita di un cliente che, nel vedere l’opera, ha riconosciuto i protagonisti del suddetto scatto: i suoi zii che, trasferitisi in America molti anni prima, avevano messo su famiglia e vivevano felici. Un dettaglio che va al di là dell’opera stessa e che, a parer mio, implica un’immersione totale nel soggetto scelto. Una risposta, attesa per sessant’anni, ad una semplice curiosità: come si è spiegata la vela della vita per coloro che sono stati impressi sulla pellicola e quindi solo nella memoria? Il porsi tale quesito permette di andare al di là dello stesso attimo, dello stesso momento in cui è stata immortlata tale armonia, è un po’ come dare vita a ciò che semplicemente giace immobile e vive solo nell’antro della memoria di chi c’era.

Per questo, la commozione del maestro stesso, quanto la mia nell’udire l’esatto momento dell’incontro tra l’autore e gli attori, ha risvegliato in me quel bisogno che ho, talvolta, di far incontrare il sogno, l’astratto, con la realtà, il concreto avvenimento di un gesto che ha permesso a due persone, costrette in un momento a separarsi, di rincontrarsi per dare luce ad un’intera vita insieme.

Dello stesso autore:

Dall’Istante DecisivoL’Uomo e la Macchina. Il carpe diem secondo Henry Cartier Bresson

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