TFF 31

di Attilio Palmieri

La trentunesima edizione del Torino Film Festival non sarà ricordata certamente come una qualunque, tutt’altro. Dopo cinque anni di direzione Amelio (2009-2012), la guida della manifestazione torinese passa a Paolo Virzì, proseguendo la recente abitudine di affidare la direzione a un regista italiano. Come ogni passaggio di consegne che si rispetti anche quest’edizione presenta alcune importanti novità (prima fra tutte le sezione Europop nella quale ha spiccato il polacco Traffic Department), atte a comunicare l’avvenuto imprinting da parte del direttore. Sebbene gli elementi di scarto siano stati più di uno e tutti molto precisi e puntuali, anche quest’anno è stato segnato dalla personalità di Emanuala Martini, vicedirettrice e fil rouge del festival dal 2007 a oggi.

Cercando di mettere in evidenza continuità e discontinuità col passato, ma soprattutto ricorrenze e peculiarità di quest’edizione, sembra doveroso cominciare dal concorso, sezione da sempre al centro di tante critiche per via della qualità media non sempre elevatissima. C’è da dire che il TFF nasce come luogo di scoperta del cinema indipendente e spazio dedicato ai giovani autori, tanto che da sempre l’accesso al concorso è riservato solo agli autori che hanno realizzato non più di due lungometraggi. Ciononostante in quest’edizione non sono mancate le opere di rilievo, a cominciare da quella vincitrice: Club Sandwich del regista messicano Fernando Eimbcke – già sorpresa del TFF nel 2008 con Lake Tahoe – lavora sulla situazione “vacanza estiva” come luogo di sperimentazione narrativa, disegnando un contesto in cui personaggi apparentemente comuni veicolano temi universali come la perdita dell’innocenza e la scoperta del proprio corpo. Tra gli altri lavori in concorso è impossibile non segnalare La Bataille de Solférino, che nonostante rimanga a bocca asciutta, emerge a parere di chi scrive come il miglior film del concorso: la giovane ed esordiente regista francese Justine Triet, costruisce un film sempre in bilico tra macro e micro, dove si alternano la Storia della Francia con le elezioni di Hollande e la storia di Laetitia, giornalista alle prese con un marito irascibile e violento; un film che ha stupito tutti, non ultimi i Cahiers du Cinéma.

La sezione Festa mobile dedicata ai film fuori concorso è spesso quella dove si riescono ad apprezzare le migliori opere della manifestazione, anche per via della possibilità di attingere dagli altri festival dell’anno, in particolare Cannes e Berlino. A questo proposito l’attenzione maggiore è ricaduta sulle opere di alcuni grandi autori che hanno onorato l’edizione di quest’anno: Inside Llewin Davis, Only Lovers Left Alive, Frances Ha. Il primo è l’ultimo lavoro dei fratelli Coen, un’opera intima, un atto d’amore verso la musica folk a stelle e strisce, un lavoro che riporta gli autori di Fargo nella posizione che meritano dopo il deludente True Grit. Il secondo è l’ultima fatica del sessantenne Jim Jarmusch, autore indipendente per antonomasia che in quest’occasione rovescia completamente l’abusatissima metafora dei vampiri per parlare di decadenza, di tossicodipendenza e di solitudine con un tocco inconfondibile, offrendo agli spettatori la possibilità di godere di un film di grande originalità. Il terzo è il lavoro di un altro regista indipendente americano, Noah Baumbach, che porta a Torino un film già applauditissimo a Berlino, che come quello dei Coen racconta la storia privata di una donna (Greta Gerwig, moglie del regista nella vita reale), con un approccio di rara delicatezza, attraverso un bianco e nero che riporta alla luce la Manhattan ideale di alcuni film di Woody Allen.

Due sezioni ormai storiche del TFF sono quella dedicata ai documentari (italiani e internazionali) e quella che tenta di raccogliere il meglio del cinema sperimentale contemporaneo, Onde. Rispetto alla prima, non sono passati inosservati il doc di grande impegno civile e culturale di Akomfrah su Stuart Hall, quello di Jean-Marc Lamoure dedicato a Béla Tarr e a Il cavallo di Torino, il gelido e al contempo passionale affresco nordico dei due maestri Rivers e Russell (A Spell to Ward Off the Darkness) e l’ultimo lavoro americano di Roberto Minervini, Stop the Pounding Heart, da poco uscito anche nelle sale italiane. Quanto alla sezione Onde, il piatto forte è stato il film fiume di Albert Serra, Historia de la meva mort, opera che parlando di un anziano Casanova intercetta il passaggio dall’epoca dei lumi al Romanticismo. Tra le sorprese il greco Luton che mostra con toni minacciosi, ma con assoluto rigore stilistico, cosa potrebbe succedere nel futuro prossimo in una Grecia sempre più sola e in difficoltà. Sempre nella stessa sezione ha trovato ospitalità l’omaggio al regista cinese Yu Lik-Wai, maestro semisconosciuto e storico collaboratore di Ja Zhang-Ke.

Una delle novità più importanti di questa edizione del TFF è però l’arrivo della serialità televisiva con un propria sezione. In passato c’erano già state delle avvisaglie, come i Masters of Horror, ma erano prodotti di genere legati a grandi registi cinematografici. Questa volta sotto il nome di Big Bang TV ci sono tre lavori del 2013 di grande valore: House of Cards, che premia la sua prima assoluta in Italia con sale sempre piene; Top of the Lake, che riceve in questa sede una meritata consacrazione, grazie anche al nome di Jane Campion; Southcliffe, che dimostra quanto le serie britanniche possano essere di qualità cristallina.

Le ultime due sezioni sono la firma della vicedirettrice Emanuela Martini, lo spazio in cui il cinema di cui da sempre è lucida studiosa e osservatrice viene presentato. Per quanto riguarda la contemporaneità, la sezione Afterhours è la sede in cui vengono proiettati i film che un tempo erano considerati di “seconda visione”, quelli che passavano alle proiezioni notturne, gli horror, quelli ad alto tasso erotico, gli omaggi più radicali. Con questa sezione il TFF ricorda un cinema che in sala non passa più, percorrendo una strada molto simile a quella tracciata da Tarantino e Rodriguez in Grindhouse. L’altra sezione riguarda il cinema del passato, ovvero la retrospettiva sulla Nuova Hollywood, che la curatrice sceglie di impostare su un accurato equilibrio tra grandi capolavori della storia del cinema (Bonnie & Clyde) e opere più piccole (Cisco Pike), meno conosciute, in grado però di restituire un tessuto sociale e culturale ben preciso.

La trentunesima edizione del TFF è stata senza alcun dubbio un grandissimo successo di pubblico (+ 31% rispetto all’anno scorso), arricchito da ottimi film pescati da altri festival e con un livello medio delle opere in concorso un po’ più alto del solito ma non eccellente.

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