Live… action!

di Maria Cristina Andrian

Che i personaggi dei nostri cartoni animati o fumetti o manga preferiti prendano vita è un po’ il sogno più o meno segreto di ogni fan che si rispetti. C’è chi decide di dare concretezza a questo sogno calandosi nei panni di cosplayer, ovvero quel travestimento che prevede trucco, parrucco e vestito ricreati in maniera più fedele possibile all’originale cartaceo. Si tratta quasi di una nuova arte, che coniuga divertimento e abilità tecnica sia del figurante che del fotografo che lo immortala.

Eppure, in Oriente si sono spinti ben oltre il mero cosplay e da anni ormai, dai gloriosi tempi dei Cavalieri dello Zodiaco (Saint Seiya, per i puristi), hanno preso piede i live action. Si tratta, sostanzialmente, di film o telefilm tratti da un manga e trasportati su schermo con attori in carne ed ossa. Queste produzioni vantano una notevole fama non solo in patria, ma anche all’estero dove schiere di agguerriti appassionati non si fanno scoraggiare dalla difficoltà di reperimento.

YouTube ha di certo facilitato le cose, grazie all’upload degli spettacoli per mano di coloro che sono riusciti a reperire tali video, e che vengono regalati al pubblico sottotitolati. I live action, ovviamente, non fanno solo la gioia dei fan ma soprattutto quella dei responsabili del marketing e del merchandising dei prodotti in questione.

Uno dei casi più eclatanti e caratteristici, anche se non più recenti, è senza dubbio la serie Pretty Guardian Sailor Moon (Bishōjo senshi Sailor Moon), tratta dal manga omonimo, che riporta sullo schermo il mai tramontato mito della guerriera che veste alla marinara. Andato in onda in Giappone tra il 2003 e il 2004 e replicato fino ai giorni nostri, il telefilm non si limita a narrare le vicende che tutti conosciamo. Lasciando inalterata la base, ovvero le cinque ragazze che scoprono di avere poteri cosmici, inserisce storyline differenti, assegnando diversi destini, introducendo personaggi del tutto nuovi o addirittura scomodando l’autrice del manga Naoko Takeuchi per modificare il carattere della protagonista.

E, come già accennato, new entry significano nuovi gadget, tanti nuovi gadget, per la gioia di fan, nerd, otaku… e direttori marketing. Qualunque cosa il personaggio tocchi o indossi può essere commercializzato e fin qui nulla di nuovo. Ciò crea un nuovo bacino di mercato per quelle serie più datate i cui giochi o costumi sono entrati a pieno titolo nel mercato dei collezionisti. Se gli oggetti pre-live action sono considerati più pregiati, baluardo di un’epoca d’oro, quelli del post-live si possono comprare a prezzi più contenuti, si reperiscono più facilmente e in maggiori quantità.

Alcuni fan protestano per questa politica di spinta commercializzazione che rischia di snaturare le serie, ma la realtà è che se non si guadagna, non si produce. Un’altra questione che viene dibattuta è come mai serie tecnicamente imperfette e tanto schiave delle logiche di mercato riscuotano un tale successo. Proviamo a cercare una risposta. Specialmente nei live action a tema fantastico può generare stupore nel raffinato (o presunto tale) fruitore di serie televisive occidentali il successo a cui queste produzioni arrivano. Ci sono costumi pacchianotti, sigle fanciullesche, lustrini e un certo kitsch tutto nipponico, per non parlare dell’attorialità orientale che prevede mimiche esagerate e battute strillate.

Pensandoci, mi viene da dire che tutti, da bambini e anche un po’ dopo, abbiamo sognato che i nostri cartoni animati divenissero corpi animati. Quindi, come si può resistere dal dare almeno un’occhiata a questo tipo di prodotto?

Secondo fattore, la possibilità di riportare storie vecchie a nuova vita. Cosa succederà a chi, quando cambierà cosa? Il live action sa che se vuole avere lunga vita deve stupire il suo spettatore: se si tratta di un fan affezionato del prodotto non si può cadere nella ripetitività, se è un nuovo arrivato deve capire cosa succede ed essere interessato a continuare. Insomma, le basi di tutte le serie televisive di tutto il mondo!

Terzo elemento decisivo, per quanto sembrino apparentemente pensati per un pubblico molto giovane, questi spettacoli cercano di arrivare a qualunque fascia d’età introducendo tematiche di riflessione sull’amicizia, la morte, il sacrificio. Quindi di fatto, non toccano il nucleo del sistema narrativo cartaceo dal quale provengono (morte, sesso e problemi nei cartoni animati sono ciò che creò scompiglio in Europa degli anni ’70-’80), ma lo amplificano, lo mascherano con musiche frivole e colori abbaglianti. Meritandosi, in taluni casi, una bella accusa di violenza.

Tuttavia, riflettiamo un attimo. Le produzioni Disney non facevano/fanno lo stesso? La regina cattiva gettata in un burrone, Scar divorato dalle iene, matrigne assassine, cacciatori… Perché si accetta che in una fiaba ci siano morte e sofferenza, ma in un cartone animato no (e nemmeno in un live action)? Domanda che tiene svegli genitori e figli, pedagogisti e blogger da decenni e che probabilmente si può riassumere nel fatto che i prodotti orientali arrivano da noi in un tripudio di copertine colorate, luccichii e graziose fanciulle dai boccoli biondi e dagli occhioni innocenti. Parte del loro fascino deriva proprio dal fatto che dietro quegli occhi possa nascondersi la cattiva della storia. Un’ambiguità, questa, che continua ad attirare generazione dopo generazione.

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