Dall’Istante Decisivo a L’Uomo e la Macchina. Il carpe diem secondo Henry Cartier Bresson

di Giulia Barini

Click! Ecco che il mondo si manifesta. Tutti parlano di fotografia, nessuno parla del profondo senso dello scatto, dell’attimo in cui il fotografo sceglie i suoi soggetti, la luce, lo sfondo, il momento insomma; se ci soffermiamo a pensare avviene attraverso un istante che il mondo si ferma e si congela per immortalare il ricordo di una terra lontana, di un’infanzia ormai vissuta, di una bellezza ormai prossima.

Lo scatto, in un modo o nell’altro, è ovviamente collocabile nelle funzioni di ogni singolo fotografo che si rispetti. Per questo ci terrei a parlarvi di una mostra che si è da poco tenuta nel cuore di Bologna. Si è trattato della sua prima edizione di Foto/Industria – Biennale Impresa Lavoro, un grande festival della fotografia con la direzione del critico Francois Hèbel, promosso dalla Fondazione Mast di Isabella Seràgnoli e dedicato allo sguardo che i migliori ritrattisti internazionali hanno rivolto alla ‘fabbrica’. Dal 3 al 20 ottobre è stato possibile ammirare le opere di grandi fotografi tra cui il celebre Henry Cartier-Bresson, con una retrospettiva dal titolo L’uomo e la macchina che documenta il lavoro del fotografo francese per indagare sulle possibilità di una “coesistenza benefica tra l’uomo e la macchina”, appunto.

In direzione di questo vi rapisco (se non un istante, pochi minuti) e mi permetto di trascinarvi nei pensieri di questo artista, colui che ha fatto dell’ “Istante Decisivo” una delle tematiche fondamentali della cosiddetta Arte Informale.

Il movimento dell’Arte Informale nasce nella seconda metà del ‘900, come risposta alla crisi ideologica emersa con la seconda guerra mondiale. Essendo un’arte non omogenea, si raccolgono al suo interno varie tendenze artistiche come il Dadaismo, l’Espressionismo e il Surrealismo tese a negare ogni attività che coinvolge l’impeto della ragione. Il movimento artistico quindi sorvola ogni pignoleria ed ogni schema, dando ampio spazio alla spontaneità e all’istinto e quindi all’estro dell’artista. Il gesto diviene così l’unico momento creativo.

Per questo dobbiamo essere pazienti quando si parla di fotografia informale, dobbiamo accettare il fatto che se desideriamo immortalare una colomba che vola, non bisogna tirarle contro una scarpa, piuttosto dobbiamo attendere in disparte e vedrete che prima o poi le verrà in mente di farsi un giro.

L’illuminazione fotografica di Henry Cartier-Bresson risiedeva infatti nella libertà. Per questo, quando la IBM gli commissionò il lavoro nel 1967 dal titolo “L’Uomo e la Macchina”, non impose nessun tipo di limitazione, bensì concesse all’artista di lavorare liberamente. Durante questo periodo, egli manifestò un interesse al consumismo, rivolgendo già uno sguardo a come il paesaggio si trasformava con l’avvento dell’industria. L’obiettivo della mostra è quello infatti di fornire uno sguardo sul mondo del lavoro attraverso semplici scatti in cui grazie alla posa statica delle colonne di antiche fabbriche si può scorgere il movimento degli operai, delle strumentazioni: un vero e proprio moto del mondo delle macchine. Manifattura, Arti, Sperimentazione e Tecnologia, è questo che lega l’acronimo Fondazione Mast nata su iniziativa di Isabella Seragnoli per promuovere progetti di innovazione sociale e offrire nuovi servizi.

Fu proprio con questa visione del mondo che Henry Cartier-Bresson si avvicinò alla lunatica Arte Informale. In un periodo storico in cui la fotografia non era considerata arte ma una subdola imitazione della pittura, Cartier-Bresson scopriva la capacità dello strumento di isolare e conservare un momento della vita altrimenti effimero e transitorio. Questo dimostra come il mezzo fotografico “sia soltanto il veicolo di un rapporto personale, originale, intuitivo, tra il fotografo e la realtà” (come affermò Leonardo Sciascia nel discorso all’apertura della mostra “L’Uomo e la Macchina” del 7 giugno 1986). Continuamente immobile di fronte ai suoi soggetti, egli sosteneva l’esistenza di un nuovo tipo di plasticità causata dal movimento delle curve, un moto che conteneva in se un istante decisivo, un solo ed unico istante in cui gli elementi si trovavano in equilibrio, ovvero il momento vero e proprio dello scatto, l’unico momento che doveva essere catturato, il momento in cui il mondo si congelava, il momento in cui echeggiava un flebile e semplice click!

Foto gentilmente concesse e scattate dall’autrice Giulia Barini

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