Orgogliosamente già viste: serie televisive alla ricerca di un no-ending

di Gabriele Prosperi

The crazy ones, Dracula, Sleepy Hollow, The Michael J. Fox Show, Agent of S.H.I.E.L.D. … sono solo alcune delle serie che più abbiamo atteso stiamo attendendo per questo 2013. Perché? Cos’hanno in comune queste new entry nel nostro palinsesto seriale? E, soprattutto, come riescono a farci attendere qualcosa che in realtà già abbiamo visto?

La risposta sta forse nella loro stessa forma: tutte, in un modo o nell’altro, cercano di evitare una scritta che, a caratteri cubitali e con lo sfondo di un tramonto, ci dica con amara certezza:

Tanto per mettere ancora carne sul fuoco, altra domanda: avete davvero pianto vedendo l’ultimo episodio di Breaking Bad? La settimana d’attesa dell’episodio finale è stata una settimana di lutto per una delle serie più emozionanti e che più ci siamo goduti da… sempre; eppure, guardandomi un po’ intorno mi sono accorto che si era più disperati prima che dopo aver visto l’episodio finale. Cioè non si è pianto per il suo ending ma perché stava finendo il prodotto!

Breaking Bad è stata una serie “che doveva finire”, che tendeva a una risoluzione già dalla prima stagione e che non poteva che lasciarci con «un grande vuoto», come ha sottolineato la nostra collega. Già, perché tolto l’addio (che ci aspettavamo prima o poi di dover dare) non è rimasta che un’assenza: è arrivata la fine. La serie non era più.

Lo stesso discorso non vale (o vale meno) invece per le serie citate all’inizio: tutte, in qualche modo, sono un piatto già servito, una pietanza già gustata, ovvero qualcosa di già visto. In una sola parola: kitsch – inteso non tanto come qualcosa “da snobbare”, bensì come qualcosa “che tende a essere un’imitazione sentimentale, che manca di creatività e originalità”. Ed è proprio questa la prima sensazione che si ha: “io le ho già viste queste persone e questi personaggi”.

Pensiamo a The Crazy Ones e alla versione seriale che ci propone del sempre compassionevolmente ironico Robin Williams. Sono trent’anni che quest’uomo fa lo stesso personaggio: da Jack al prof. O-capitano-mio-capitano al vegliardo robottino con un cuore. Possiamo riassumere la sua carriera con una sola parola: pillolone. Ogni suo film, in maniera più o meno evidente, “termina” con un suo sermone su qualche grande realtà della vita. E non poteva mancare neanche in questa versione 2.0 di Mad Men: deve aver fatto i salti di gioia quando gli hanno chiesto di pontificare ad ogni puntata.

Robin Williams dopo aver saputo del suo casting

Il kitsch rasenta poi l’inverosimile nel momento in cui ci rendiamo conto che l’altra protagonista non è interpretata da Sarah Michelle Gellar, ma è Buffy Summers! Sì, perché solo Buffy potrebbe colpire in quel modo un robot giocattolo a dimensione umana.

Questo atteggiamento proudly-kitsch, che ritroviamo in gran parte delle serie di ultima generazione, più che la causa di questi prodotti è la conseguenza di un nostro desiderio: tutti adorano i grandi ritorni – ne avevamo già parlato – perché, dal momento che ci sono, la “fine” viene posticipata. Il nostro più agognato happy ending è in realtà un no-ending.

Come accade per il sequel di Buffy The Crazy Ones, anche negli altri casi vediamo il tentativo di riportare un attore, un personaggio o una storia a noi, ai nostri tempi o coi nostri modi affinché essa non sia finita.

Un momento clou dell’episodio pilota di Sleepy Hollow

In questi termini Breaking Bad è stata una serie in controtendenza: pur sfruttando tutti gli stratagemmi seriali per svolgersi in cinque stagioni, sin dall’inizio è stata pensata per concludersi. Ma questo non deve trarci in inganno: è con lo strumento del ritorno che la stessa serie si è sviluppata ed è sullo stesso principio che questi prodotti si estendono “nello spazio” dello stesso medium (Better Call Saul) o di altri media, e “nel tempo”, riaggiornando elementi, soggetti e storie.

In fondo Robin Williams, Dracula, Saul Goodman, Michael J. Fox o Buffy Summers – vestita o non vestita in tailleur – tutti loro, ritornando, non hanno che uno scopo: ricordarci che, dopotutto, domani è un altro giorno.

Dello stesso autore:
L’oroscopo audiovisivo di Rob Brezsny: quando le stelle ci parlano di noi

Annunci

2 thoughts on “Orgogliosamente già viste: serie televisive alla ricerca di un no-ending

  1. Pingback: L’Ozu Film Festival: da Sassuolo al resto del mondo. Intervista a Chiara Fiorentini | Fuori Corso

  2. Pingback: R.I.P. – Rest In Promotion: schiattare non ha mai fruttato così tanto | Fuori Corso

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...