DAMS goes to Venice: il giudizio ai laureati

di Cecilia Ghidotti e Michela Paoletti

Si è appena conclusa la 70esima Mostra del cinema di Venezia, la seconda sotto la direzione di Alberto Barbera, che già dall’anno scorso aveva sostituito le tradizionali retrospettive con una nuova sezione, Venezia Classici, dedicata ai migliori film restaurati durante l’anno, completata da una selezione di documentari sul cinema. La novità di quest’anno è stata la scelta di istituire una giuria composta da 28 laureandi provenienti dai vari DAMS d’Italia, chiamati a scegliere un vincitore per entrambe le categorie.

Durante la riunione introduttiva Stefano Francia di Celle, curatore della rassegna, ci ha spiegato che non ci veniva richiesto di giudicare i film da un punto di vista strettamente tecnico, bensì di farlo tenendo conto dei nostri diversi percorsi di studio, e più in generale del nostro amore per il cinema, anche in vista di una possibile “nuova vita” in sala, sulla scia del successo avuto dal To be or no to be.

Visto che la grande quantità di film restaurati ci avrebbe reso impossibile vedere qualcos’altro e quindi di vivere appieno la vita festivaliera, siamo stati divisi in due gruppi con una metà per ognuno. La grande scelta sarebbe stata fatta tra i rispettivi finalisti. Per i documentari, una decina in tutto, non c’è stata nessuna divisione.

In numero nettamente superiore quelli dedicati al cinema italiano: dal Neorealismo all’opera omnia di Tinto Brass, passando per la Magnani in America, Pasolini in Africa e i “biopic” su Bertolucci e Miccichè.
Nella shortlist fatta a metà settimana, le preferenze maggiori erano andate invece a Trespassing Bergman, emozionante documentario franco/svedese costituito da una serie di interviste fatte a vari registi (Inarritu, Haneke, Lee, Kitano, von Trier, etc), alcune delle quali registrate all’interno della famosa casa di Bergman nell’isola/prigione di Faro.

Il round finale si è giocato però in territorio americano: da una parte A Fuller Life, documentario su Samuel Fuller, girato dalla figlia Samantha adattando la sua famosa autobiografia A Third Face. Dall’altra, Double Play, più che altro la storia di un’amicizia, quella tra Richard Linklater e James Benning, e della loro “dedizione” ad un’idea di cinema non proprio mainstream.

Ad essere premiata alla fine è stata l’originalità. Il documentario di Gabe Klinger, professore di cinema appena trentenne, non si propone come l’ennesima lezione universitaria registrata o l’ennesimo collage di mezzi busti parlanti. Partendo da una bella storia di vita, la fondazione di una sorta di comunità di cinefili in Texas, lascia che siano gli stessi protagonisti, attraverso le immagini dei loro film e confrontandosi tra loro a spiegarsi e a spiegarci chi sono e che cosa è per loro il cinema.

La scelta del restauro invece si è rivelata coraggiosa e inaspettata, lo hanno sottolineato sia Alberto Barbera, che Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna che, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino e Titanus ha promosso il restauro (a cura del laboratorio L’Immagine Ritrovata) de La proprietà non è più un furto, film decretato vincitore della sezione.
Ventotto film restaurati dai più prestigiosi laboratori mondiali hanno composto un’eterogenea selezione di film classici che, come ha spiegato Stefano Francia Di Celle, hanno inteso declinare il concetto di classico nell’accezione più ampia possibile.

È stato così possibile dare spazio a capolavori indiscussi come Paisà, Vaghe stelle dell’orsa o La bête humaine e a film meno noti come Nidhanaya del cingalese Lester James Peries. O, ancora, hanno trovato nuova vita i giovanissimi flâneur del luna park di Coney Island, protagonisti di Little Fugitive (1953).
Da un passato decisamente più prossimo arrivava invece l’esordio di Emir Kusturica, Ti ricordi di Dolly Bell, affresco di una Jugoslavia alle soglie di una dissoluzione ancora inconsapevole. Molto partecipata anche la proiezione di Merry Christmas Mr.Lawrence (1983) con due attori d’eccezione: David Bowie e Ryuichi Sakamoto, con la presenza in sala di quest’ultimo, giurato di Venezia70.

Il leone al film di Petri è stato il risultato di un serratissimo confronto all’interno della giuria. A contendere il premio a La proprietà non è più un furto, era un altro film italiano, Pane e cioccolata, commedia di Franco Brusati con uno strepitoso Nino Manfredi nei panni di un migrante italiano nella Svizzera degli anni settanta. Di entrambi i film, a convincere, è stata l’attualità, ma infine le grottesche avventure dell’autoproclamatosi marxista mandrakista Total, ex impiegato di banca allergico alla carta moneta hanno avuto la meglio. Vittoria postuma a fronte di un’ineludibile sconfitta storica.

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