Miyazaki e Michael J. Fox: l’addio è una questione di brand. Ora spiegatelo a Jack Nicholson.

di Gabriele Prosperi

Ultimamente il cinema sta ricevendo un’attenzione alla quale s’era ormai disabituato: forse a causa dello tsunami prodotto dalla serialità televisiva del XXI secolo, forse perché morente da oltre trent’anni, il cinema sembrava ormai sul viale del tramonto.

Eppure – guarda caso in concomitanza con la settuagenaria Mostra del Cinema di Venezia – quando la diagnosi sembrava dare per spacciato il paziente, ecco che si trova una cura miracolosa: far morire qualcun altro al posto suo. Detto in altre parole: che peccato che Jack Nicholson non ci dica davvero addio!

Fino a non troppo tempo fa, a ogni annuncio mortuario di attore, regista o sceneggiatore che, in un modo o nell’altro, aveva contribuito a fare di questo grande spettacolo il sogno del secolo scorso… sembrava di avere tra le mani risultati clinici sempre meno confortanti.

La morte dei grandi pilastri della storia del cinema ha non poco intimorito i cinefili già a partire dai primi anni Duemila: da Bergman a Edwards, da Angelopulos a Bertolucci, a Oshima, ci è quasi sembrato che una falce fosse continuamente pronta a calare sopra di noi che, insieme a loro, il cinema lo facciamo coi nostri occhi.

Eppure una strategia nuova (nuova?) ci può aprire quegli stessi occhi appesantiti dalle lacrime del lutto: già, perché non c’è medicina migliore per un mercato se non quella che chiamiamo pubblicità.

Certo, non possiamo dire che istituzioni importanti e facoltose lucrino sulla morte degli altri, ma non possiamo neanche sottovalutare il richiamo che fa un buon omaggio a un artista, a un regista o a un attore appena scomparso da parte di una cineteca o di un’istituzione. Un omaggio è qualcosa di dovuto, rispettabilissimo, non c’è dubbio, ma questo addio “che il cinema dice a” i grandi autori può sicuramente essere anche molto conveniente.

Il piccolo terremoto che ha sconvolto il Lido con la notizia dell’addio al cinema di Hayao Miyazaki non era che una scossa di assestamento: sono dieci anni che Miyazaki minaccia di lasciarci!

Qualcuno forse ricorderà il suo addio al cinema subito dopo La Città Incantata (2001), benché poco dopo ricevessimo per grazia divina uno spettacolare Il Castello Errante di Howl (2004). Si era sicurissimi che Ponyo sulla Scogliera (2008) sarebbe stato il suo ultimo film ma oggi stiamo trepitando per l’uscita nelle sale del suo penultimo film, Si alza il vento (Kaze tachinu, 2013), presentato a Venezia. Già, penultimo, perché se parliamo di Miyazaki non possiamo che aspettare di gustare il suo prossimo capolavoro!

L’addio ci attira: come la morte (e come il montaggio direbbe Pasolini) da’ un senso alla vita, la notizia della fine di una carriera rende quest’ultima ancora più vivida. Non c’è pubblicità migliore di un addio. Se davvero la soluzione definitiva è questa, prendiamola senza aver paura, cioè ridiamo della morte, usiamo la malattia, sdoganiamo la fine: rendiamola nostra. È esattamente questo quello che ha deciso di fare un nuovo guru di questa filosofia, Michael J. Fox.

L’attore ritiratosi a causa della sua malattia – il morbo di Parkinson – già da alcuni anni è deciso a tornare a ricalcare il set televisivo (Scrubs, Boston Legal). Con una strategia (che sarà sicuramente premiata) porterà perciò “in onda” una serie basata proprio su questo suo ritorno: The Michael J. Fox Show. Benché il titolo contenga il suo nome, troveremo l’attore americano nel ruolo di un conduttore televisivo newyorkese, Mike Henry, che, affetto dal morbo di Parkinson, decide dopo anni dal suo ritiro di tornare anch’egli a ricalcare la scena televisiva.

La malattia reale dell’attore diventa tanto il soggetto della serie quanto la sua miglior pubblicità, al punto da meritarsi un posto nel titolo e funzionare così da brand.

Insomma, se la fine deve venire, allora sfruttiamola al massimo: solo così potrà trasformarsi in qualcosa di nuovo. Perciò se c’è una cosa che davvero ha deluso, negli ultimi giorni così spassionatamente dedicati alla settima arte, è stato leggere l’annuncio che l’addio al cinema di Jack Nicholson… qualcuno, alla fine, l’aveva smentito.

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7 thoughts on “Miyazaki e Michael J. Fox: l’addio è una questione di brand. Ora spiegatelo a Jack Nicholson.

  1. Come sempre, articolo illuminante Gabriele, complimenti!
    Non posso parlare per gli altri, ma posso dirti qualcosa in più su Miyazaki: a Venezia il mood che si respirava su di lui aveva un sottile sottotesto. Miyazaki ha annunciato che Si alza il vento sarà il suo ultimo film, è vero. Peccato che il film abbia avuto talmente una pessima ricezione (io stessa non ho potuto reggerlo) da obbligarlo ad un certo punto del Festival a ritirarlo dalle sale…che sia uno dei motivi della sua “dipartita”?

  2. Grazie Giulia! 🙂
    Sì, ne avevo sentito parlare… e in effetti questa cosa fa ancora più pensare alla necessità di farsi un po’ di pubblicità. Sto scherzando, ma se davvero il suo “ultimo” film avrà una così pessima ricezione, fossi in lui vorrei riscattarmi con un altro lavoro! Incrociamo le dita

  3. Punto di vista interessante Gabriele!
    L’unica cosa che posso aggiungere al commento di Giulia, avendo visto anch’io il film in anteprima a Venezia, è che durante tutto il film si respirava un’aria d’addio, quasi come questo lavoro fosse metafora della vita di Miyazaki. In molti, dopo la proiezione, ci aspettavamo che durante la conferenza stampa della settimana scorsa annunciasse una motivazione tragica che lo portasse a lasciare il cinema. Mi auguro però che sia come dici tu, perchè aspetto con ansia il suo prossimo e probabile “ultimo” film 🙂

  4. Gli addii rendono i ritorni la cosa più succosa che esista al mondo.. io personalmente non potrei farne a meno. Ma se il mio è un piacere naturale, puro e allo stesso tempo “malato”, non si può dire lo stesso delle varie Major che ormai stanno riproponendo solo remake, sequel, prequel.. che il successo e il piacere di vedere i propri beniamini tornare di nuovo sullo schermo, non diventi una scusante per limitare e abbandonare la creatività e l’innovazione.

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  6. Sono d’ accordo, il cinema é sul viale del tramonto. Forse dire che lo é da 30 anni é eccessivo, io dimezzerei la cifra. A mio giudizio infatti dal 2000 ad oggi sono usciti soltanto 5 capolavori:
    – Bobby;
    – Hotel Ruanda;
    – Ritorno a Cold Mountain;
    – Stanno tutti bene;
    – Two Lovers.
    E la cosa peggiore é che anche questi pochi capolavori non sono stati capiti: l’ unico ad aver vinto un Oscar é stato Ritorno a Cold Mountain (peraltro un premio minore, alla migliore attrice non protagonista). Il cinema moderno é così disabituato ai film di assoluta bellezza che non é più in grado di riconoscerli.

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