La confusione fra film e videogioco

di Fix

Da diversi anni il cinema sta rovistando a man bassa nel mondo dei videogiochi. In cerca di idee o aspirazioni di originalità. Il videogame sembra essere una fresca fonte di novità, nonché – visti gli enormi successi commerciali – di potenziale reddito. Visto che si parla di tanti utenti e tanti soldi, non sorprende che un po’ tutti, cinema compreso, vogliano attingerci.

L’entusiasmo dell’industria del videogioco

Trasporre un videogioco sul grande schermo però ha spesso portato a risultati a dir poco disgraziati. Salvo rarissime eccezioni che comunque non hanno fatto gridare al miracolo. Dubbie trame, personaggi inconsistenti e un pensiero ricorrente nelle teste degli spettatori: “Carino, ma è meglio il videogioco”. Una problematica vicinanza tra libro e videogioco…

“Sì, ho visto il film. Ho letto anche il libro. Ma il videogioco è meglio”

Pur con delle oscenità, è invece più raro che il mondo videoludico abbia “toppato” pescando da quello cinematografico. Primo perché attingere da un universo di modelli, visivi, narrativi e spettacolari già tradizionalmente strutturato come quello dei film è una garanzia. Secondo perché tutto quello che funziona sul grande schermo (o piccolo che sia) funziona ancora meglio se si ha un controller in mano, quando è lo spettatore che gestisce direttamente l’azione. O almeno crede di farlo.

Ma non tutto quello che va bene quando si impugna un controller, funziona anche quando in mano si hanno i pop corn. Il cinema ha saputo trarre beneficio dall’azione pura del videogioco spostando l’asticella della spettacolarità più in alto. Ma quando un film pensa di essere un videogioco, c’è un problema. Se lo spettatore è costretto a sorbirsi una sequela infinita di scene d’azione (se pur fatte come si deve) ma che narrativamente non portano a nulla si domanda: “Eh no! Allora passami il joypad che gioco io!”.

…e la gente diventa pericolosa con un joypad in mano

Per semplificare, forse anche troppo: in un videogioco si possono giustificare diverse ore di massacro al solo scopo di raggiungere il livello successivo. Per portare avanti la visione di un film serve molto di più. D’altra parte, quando un videogioco pensa di essere un film la sua giocabilità ne risente. Il player sentendosi poco libero, appoggia il joypad e va a prendersi dei pop corn.

Due prodotti esemplari su questo argomento sono gli ultimi capitoli della saga di Die Hard e del franchise videoludico di Max Payne. Non che siano pessimi prodotti, anzi tutt’altro. Sono però indicativi di una strana confusione tra i loro due mondi.

“Quanto mi piace buttar giù gli elicotteri!” – “Già! E io sono pure salito di livello!”

Per una conoscenza esaustiva su Die Hard: Un Buon Giorno per Morire (John Moore, 2013) si veda qui e qui. Senza rischiare di fare spoiler (Come si fa? È un action!) c’è John McClane in trasferta che fa le cose di sempre: spacca macchine, sporca canottiere e fa precipitare elicotteri con fantasia. Questo è il pacchetto che ci si aspetta quando lo si va a vedere. Peccato che questa volta lo vendano senza l’optional della trama. Così Bruce, che, a differenza dei colleghi, non vuole farsi vedere vecchio, fa l’eroe da videogioco. Percorre diverse location, le distrugge e passa alle successive, senza acciacchi, senza soluzione di continuità e senza un vero e proprio motivo. Un accumulo di scene di azione senza il pretesto del plot. Verrebbe più voglia di giocarlo che di guardarlo (del resto Bruce non è nuovo agli sparatutto).

Cosa fa Bruce nel gioco? Se avete risposto: butta giù gli elicotteri….beh, avete indovinato.

Dall’altra parte invece c’è Max Payne 3. Qui al contrario la trama è così pervadente che spezza l’azione. Andando spesso a discapito delle necessità del giocatore che vuol solo spaccare tutto. Certo, ci sono necessità tecniche: i continui spezzoni narrativi infatti servono a riempire il vuoto dei caricamenti, che sono lunghi e numerosi. Ma il risultato? Uno gioca a uno sparatutto e si trova a guardare un film. Intrattenimento ai massimi livelli. Giocabilità più sottotono.

Bruce e Max: due fratelli separati alla nascita

Tra i due casi, chi paga di più le conseguenze della propria confusione è senz’altro il film. Al cinema infatti non c’è una forbice tra narrazione e gameplay. Se il binario narrativo se ne va a quel paese, fa deragliare tutto il treno. E si rischia di trasformare un film in uno stuntman show. Con tutto il rispetto per lo stuntman show che piace tanto a me e a tutti i bambini che bazzicano Mirabilandia.

Immagini esclusive del prossimo capitolo della saga di Die Hard. Ambientato in un noto parco divertimenti romagnolo.

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2 thoughts on “La confusione fra film e videogioco

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