Dalla parte del doppiaggio

di Beatrice Lorenzini

Lo scorso Natale, in barba a tutti i buoni sentimenti di cui questa festività si fa carico, ho costretto mia madre a fare qualcosa contro la sua volontà. Con grande crudeltà, l’ho costretta a guardare tutte e tre le stagioni di Downton Abbey, di cui è fan della prima ora, in lingua originale sottotitolate in italiano. Con estremo sadismo la osservavo scorrere con lo sguardo le righe di testo, cercando di non farsi scappare le immagini. Perchè ho fatto una cosa del genere, nonostante le prime due stagioni di Downton Abbey siano state trasmesse su rete4 complete di doppiaggio italiano?*

Ebbene, io sono una di quelle persone a cui si arricciano le orecchie solo al sentir pronunciare la parola doppiaggio. I motivi sono tanti e più o meno condivisibili: dalla pretesa di un rispetto formale dell’opera, quale che sia, al più banale aspetto didattico dell’allenare l’orecchio ad ascoltare altre lingue. Quando perciò qualche tempo fa mi è capitato di leggere che forse qualcuno ascolta le mie preghiere, ho colto la palla al balzo e ho coinvolto in questa querelle un diretto interessato dalla questione, per avere un punto di vista privilegiato: di chi sta dall’altra parte della barricata.

Simone Lupinacci, classe 1989 fa parte della nuova leva di doppiatori italiani. Mi ha permesso di dare uno sguardo ad alcuni meccanismi tele-cinematografici attraverso la piccola finestra del doppiaggio, dicendo la sua anche su alcuni retroscena sconosciuti ai più. Sebbene siano i suoi primi anni di esperienza, conta già numerose collaborazioni per importanti canali televisivi.

Innanzitutto, vorrei chiederti da dove è nata la tua passione per un lavoro così inconsueto.

Ecco, si può dire che sono cresciuto a pane e cartoni animati! Quando da bambino ho cominciato a capire che dietro a un disegno c’era una persona vera che dava vita al personaggio, è stato amore a prima vista e ho pensato: Ecco quello che voglio fare! La passione per le serie tv e i film è arrivata dopo.

Come tu ben sai, il doppiaggio italiano dei prodotti audiovisivi è un retaggio d’epoca fascista. Se da un lato l’imposizione della lingua italiana nei prodotti stranieri era dettata da una precisa intenzione politica, dall’altro, l’istituzione di questa pratica ha, senza dubbio, svolto una funzione didattica in un paese non ancora alfabetizzato e unificato linguisticamente in modo adeguato. Credi che oggi il doppiaggio assolva ancora una funzione didattica? In che modo?

Sebbene da allora molte cose siano cambiate, mi piace pensare che il doppiaggio italiano svolga ancora una funzione – se non più istruttiva – quantomeno unificatrice per quanto riguarda le barriere regionali che purtroppo, anche se in misura diversa, ancora oggi hanno un discreto peso sulla comunicazione verbale. Sicuramente il fruire di un prodotto linguisticamente neutro (a livello di dizione, fonetica o di frasi idiomatiche) aiuta ad avvicinare target presi da luoghi geografici diversi ma con vissuti perfettamente sovrapponibili.

Personalmente, sono convinta che scagliarsi contro il doppiaggio sia sbagliato perché, spesso, molte delle colpe che gli vengono addebitate, dovrebbero essere rivolte all’adattamento linguistico dell’opera. Sei d’accordo? Mi puoi fare degli esempi, in positivo e in negativo, di come un adattamento o un doppiaggio efficace o infelice, possa influire sulla riuscita o sul fallimento di un prodotto audiovisivo?

Mi colpisci un po’ da vicino, perché da qualche tempo traduco e adatto anche. Mi trovi completamente d’accordo sul fatto che se alla base non c’è un buon adattamento, il più possibile vicino all’originale, è difficile che l’opera riesca bene o che quantomeno riesca a soddisfare i requisiti che ormai sempre più spesso gli spettatori richiedono alle edizioni italiane. Puoi anche trovare il doppiatore più bravo del mondo, il sosia vocale che si incolli perfettamente all’attore straniero, ma quando dalla sua bocca escono cose il cui senso originario è completamente stravolto, allora lì crei una falla che inevitabilmente compromette il prodotto. Prenderò un esempio di cui mi sono occupato nella mia tesi di laurea, riguarda la serie tv The Big Bang Theory. La prima stagione fu sicuramente la più condannata dal pubblico, perché molti dei riferimenti ai nerd, al mondo del web o sottili allusioni di natura scientifica, vennero mascherati da altri contenuti – in alcuni casi vagamente simili, in altri completamente diversi – probabilmente per poter allargare il prodotto a un potenziale spettatore non troppo affine alla realtà dei personaggi. Immagino che il timore fosse che un certo tipo di contenuti troppo specifici potesse non avere un’immediata comprensione da parte di un pubblico medio. Per contro, posso dirti che mesi fa mi capitò di vedere un film, di regia polacca ma ambientato in Francia, in lingua originale, Elles, che reputai di una banalità allucinante perché privo di contenuti o di effettivi messaggi d’autore, a mio avviso. Qualche tempo dopo uscì in italiano al cinema. Con mia grande sorpresa, mi colpirono alcuni dialoghi tra Juliette Binoche, che interpretava una giornalista, e Charlotte, una studentessa che utilizzava la prostituzione del suo corpo come lotta contro un sistema che precludeva il suo riscatto sociale e convinta che la conoscenza o lo studio non sarebbero mai bastate a nobilitarla o a darle più opportunità in un mondo in cui la miseria del suo passato non l’avrebbe mai abbandonata. E’ una riflessione a cui il film originale non mi aveva minimamente portato, un punto di vista su cui i dialoghi francesi non mi avevano fatto soffermare. E in questo, i dialoghi italiani hanno veramente fatto la differenza.

Hai letto l’articolo di Repubblica, cosa ne pensi? Tu che vivi la questione dall’interno, credi che l’edizione italiana di un prodotto straniero possa davvero cambiarlo sostanzialmente in qualche modo?

Assolutamente sì. Come ti ho accennato prima, se quel film non fosse stato aggiustato a regola d’arte, difficilmente l’avrei rivalutato o ne avrei visto aspetti prima meno visibili. A volte è necessario farlo per la buona riuscita del prodotto, altre volte sarebbe meglio dare un taglio a chi vuole mettere a tutti costi la propria firma italiana su un prodotto che palesemente non lo è. Sono dell’idea che in linea generale, laddove non è necessario, non sia giusto cambiare i contenuti dei dialoghi: già il doppiaggio è un velo di finzione (linguistica) messa sopra dell’altra finzione (attoriale), se poi si inizia a cambiare anche i contenuti dei film si va inevitabilmente a sbattere contro qualcosa che in origine non c’era e si arriva all’intero snaturamento dell’opera. Purtroppo spesso i direttori, i doppiatori e i dialoghisti possono farci poco o nulla perché fanno capo a una volontà più in alto di loro. Per questo motivo credo sia giusto dare la possibilità di fruire di entrambe le versioni di un’opera, sebbene reputi i sottotitoli privativi: spesso non volendo si finisce col perdere molti aspetti del film/telefilm che si sta guardando per fare attenzione a ciò che viene detto. Sicuramente l’originale ti dà l’idea di cosa c’è alla base, quanto a espressività e spessore recitativo e ti fa inquadrare il profilo e la tipologia dei personaggi. Resto dell’idea che il doppiaggio – ancora oggi – rimanga la soluzione più immediata, e se vogliamo “riposante”, alla fruizione di un prodotto estero, al di là delle proprie conoscenze linguistiche. Ed eccezioni a parte, essendo un’arte prettamente italiana, sono davvero pochi i paesi che possono vantare una tradizione simile.

Spesso le persone che aspettano l’uscita di un film, piuttosto che dell’ultima puntata uscita di una serie, per quanto non siano abituati a guardare prodotti in lingua originale, li guardano sottotitolati, solo per non dover aspettare. Ci puoi spiegare come funziona la filiera del doppiaggio e i suoi tempi?

Dipende dal canale che ha acquisito e poi distribuito la serie (o semplicemente che l’ha prodotta), ma soprattutto dal grado di notorietà che ha raggiunto la serie stessa. Prendiamo per esempio le serie Fox. La maggior parte ha una differita che varia dai 5 mesi all’anno generalmente, ma in casi particolari (serie cult come Lost che ha maturato nel corso delle stagioni un fenomeno d’audience a livelli davvero molto alti) il canale decide di mandare in onda gli episodi quasi contemporaneamente alla rete estera. Una volta c’era molto più tempo per doppiare questi prodotti, le tempistiche di consegna erano più larghe, si lavorava meglio e la qualità restituita era sicuramente frutto di una cura maggiore. Oggi invece, contro ogni lato artistico di questo mestiere, vige la legge del “massimo rendimento nel minor tempo possibile”, un po’ per contenere i costi, un po’ per esigenze di palinsesto, come ti accennavo prima. Pay-tv a parte, il discorso cambia per società come Mediaset &co. che possono richiedere l’acquisizione dei diritti di una data serie soltanto successivamente. Esistono anche casi di co-acquisizione ma ci si potrebbe scrivere un libro. Inoltre, di solito, ai doppiatori non è dato sapere tutti i background dei prodotti a cui lavorano.

Un’ultima domanda: mi hai detto da dove è nata la tua passione, ma dimmi piuttosto come potrebbe fare un ragazzo della nostra età per muoversi in questo ambiente, come hai fatto tu.

Innanzitutto, per come stanno andando le cose ora, il mio suggerimento – così come quello di altri miei colleghi molto più navigati di me – è di NON farlo. Si è già in tanti, e il lavoro è fortemente diminuito (e non solo per la crisi che ha colpito il nostro settore come gli altri). Le possibilità di riuscita sono davvero poche e anche chi è talentuoso non sfugge al sistema gerarchico-affettivo che si è consolidato in decenni di questo mestiere. Ma se questo non basta a scoraggiare gli aspiranti, di sicuro il mio consiglio è quello di iniziare in giovane età e di studiare molto: dizione, recitazione, fare un po’ di teatro (che non guasta mai) e assistere per un po’ di tempo ai turni di doppiaggio, per capire come funziona ma specialmente per apprendere e – soltanto dopo – chiedere ai vari direttori di poter essere provinati. Di porte in faccia se ne ricevono tante, io stesso ne continuo a ricevere , ma se avete le carte giuste e la determinazione data da un sogno, perseverare è la chiave giusta, con contorno di pazienza, umiltà ma soprattutto voglia di imparare!

*Nessuna madre è stata maltrattata per la stesura di quest’articolo. Preciso anche che è stata entusiasta di poter godere del magnifico accento inglese di Maggie Smith.

Dello stesso autore:
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