Paperman: poche idee, tanto successo.

di Antonino Ingrà

Paperman (John Kahrs, 2012) è un cortometraggio che, in poco più di sei minuti, racconta una storia d’amore ambientata in una Manhattan degli anni ’40. Ci mostra l’incontro casuale tra George e Meg alla fermata della metropolitana. Un incontro breve, con tanto di colpo di fulmine, caratterizzato dal vento e da un mucchio di fogli svolazzanti. Gli stessi fogli che George trasformerà in piccoli areoplanini di carta da lanciare al palazzo di fronte, per attirare l’attenzione della ritrovata Meg. Dopo vari tentativi falliti, gli aeroplanini prenderanno vita per condurre l’una verso l’altro, fino al sospeso, goffo e romantico, incontro finale.

Abbinato al 52° classico Disney, Ralph Spaccatutto (Rich Moore, 2012) e vincitore dell’Oscar 2013 come miglior cortometraggio d’animazione. Paperman risulta essere particolarmente poetico, contraddistinto da un bianco e nero e un pizzico di magia. Il colore viene usato solo per il rossetto di Meg, la cui impronta finirà accidentalmente su uno dei tanti fogli di George e che, una volta lontano da lei, continuerà ad osservare con occhi innamorati.
Particolarità del corto è soprattutto la sperimentazione di una nuova tecnica animata, la tecnologia software Meander, che permette al disegno fatto a mano di assumere la plasticità del 3D.

La visione di Paperman è stata resa disponibile per un breve periodo, dal 29 gennaio 2013, sul canale YouTube della Disney Animation. Il corto ha raggiunto in pochi giorni un gran numero di visualizzazioni e condivisioni sui social network, diventando a tutti gli effetti un cult virale – da antologia il video a riguardo di Bonsai TV: ITALIANI CHE… guardano Paperman di Disney.

Trovo Paperman un buon prodotto, anche se al primo sguardo ho avuto la sensazione di un déjà vu. La storia, infatti, non è così originale. Ci sono delle evidenti influenze da altri due shorts film precedenti: l’australiano Signs (Patrick Hughes, 2008) e il francese Paroles en l’air  (Sylvain Vincendeau, 1995).

“Signs”

Il candore e la delicatezza del film Disney era infatti già presente in entrambi i corti. Signs racconta l’incontro tra Jason e Stacey – che ricorda moltissimo Zooey Deschanel – e del loro amore, fatto di messaggi scritti su fogli di carta, nato guardandosi attraverso le finestre, da un palazzo difronte all’altro, sul posto di lavoro. In Paroles en l’air ritroviamo invece gli aeroplanini di carta, un bianco e nero tendente al seppia e la voglia di raggiungere la persona amata con le proprie parole.
Come in Paperman, anche i protagonisti di Signs e Paroles en L’air non parlano mai, ma sbuffano, sorridono, hanno lo sguardo a tratti spento dalla routine del lavoro e a tratti innamorato. Anche i finali, in un certo senso, si assomigliano: si interrompono nel momento dell’incontro e con la consapevolezza di un amore corrisposto. C’è meno magia e più solitudine in Signs e Parole en l’air, ma George somiglia tanto agli altri due protagonisti.

“Paroles en l’air”

Signs e Paroles en l’air sono prodotti di gran qualità e questo viene confermato da alcuni premi: il primo è stato vincitore del Cannes Lions 2009, il secondo ricevette una nomination per il Cartoon d’Or 1997. Quest’ultimo è stato anche utilizzato come videoclip per la canzone Agosto dei Perturbazione. Ma qualità e originalità probabilmente non sono sufficienti per raggiungere il vero successo.
Nonostante le molteplici similitudini, Paperman ha avuto un riscontro decisamente più incisivo rispetto agli altri due. È riuscito ad arrivare al cuore – ma soprattuto agli occhi – di più spettatori. Intuirne le ragioni non è complicato: si tratta di un prodotto Disney. Questo vuol dire ottenere una visibilità maggiore, grazie ad una produzione sostenuta da un’integrazione verticale, un buon marketing, una distribuzione internazionale, oltre alla cosa più importante: una migliore reputazione – rispetto al nome di un regista esordiente.

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