Barilla – Banderas, il connubio fallito

di Giulia Zen

Ci abbiamo provato. Abbiamo atteso mesi nella speranza che la pubblicità della Barilla con Antonio Banderas in qualità di testimonial raggiungesse velocemente il suo “The end” (per quelli che si sono miracolosamente salvati, ecco l’ultima versione). Ma dal momento che tutto ciò non è ancora accaduto e che ci perseguita ad ogni ora su ogni canale, beh allora, via libera alla critica.

A questo punto una domanda sorge spontanea: perché, con tutti i terribili spot che fanno quotidianamente da cornice ai nostri programmi preferiti, si è deciso di attaccare proprio questo? La risposta è molto semplice: perché la Barilla è sempre stata maestra nell’arte del marketing (almeno, finora). Voglio dire, ve la ricordate questa? D’altra parte, si sta parlando di un marchio leader, tra le altre cose, nel mercato della pasta, e che esporta in più di 125 Paesi. Hai detto poco, insomma.

Ma facciamo un passo indietro, cerchiamo di delinearne un breve excursus storico. Innanzitutto, gran parte del merito artistico va attribuito a Erberto Carboni, storico pubblicitario italiano, tra le cui collaborazioni troviamo anche quelle per Olivetti e il telegiornale Rai. Lo slogan “Dove c’è Barilla c’è casa” è stato uno dei suoi più importanti contributi, al tal punto da fargli conquistare la Palma d’Oro del Premio Nazionale della pubblicità per “la più geniale ed efficace manifestazione pubblicitaria dell’anno 1952”.

Dagli anni Cinquanta in poi la Barilla comincia a lavorare molto sull’ aspetto del design, confermato dal fatto che nel 1967 il critico Alan Parkin in Design and Corporate Image la segnala come una delle aziende italiane più all’avanguardia nell’ambito del graphic design. Ma è con l’entrata in scena degli anni Ottanta, portatori di nuove tecnologie tele-cinematografiche, che la Barilla abbandona la pubblicità stampata per innamorarsi dei cosiddetti “spot”. Siamo nel 1985 e gli spettatori televisivi italiani cominciano ad essere tempestati dal marchio parmense. Tra i primi troviamo questo, uno dei primi fautori visivi dell’idea di Barilla come di “casa” e questo, che esalta invece il legame fra Barilla e “natura”. Vi è inoltre la nascita del sodalizio tra il marchio e il grande autore musicale Vangelis, iniziatore dei cosiddetti “spot music”, ossia delle pubblicità il cui racconto viene solamente accompagnato da un tema musicale.

Il 1985 viene ricordato anche per un evento storico: Barilla senior, Pietro, riesce nel faticoso intento di convincere Federico Fellini a firmare uno spot per lui. Ecco allora il riuscitissimo risultato, sulle soavi note di Nicola Piovani:

Ma è nel 1987 che la Barilla firma uno dei suoi più grandi capolavori, che ha segnato la storia della sua pubblicità, e non solo. Gli anni Novanta rappresentano l’era vera e propria dei testimonial, tra cui si ricorda soprattutto il volto di Paul Newman, qui  in versione Babbo Natale. Lo spot “Tokyo”, invece, è uno dei moltissimi esempi della famosa campagna dei “Ritorni a casa”, qui in versione metaforica (non sei tu che raggiungi la Barilla, ma la Barilla che raggiunge te, ovunque tu sia. Poetico, no?). Il nuovo millennio si inaugura infine con uno spot simbolo della nuova era apportata dal world wide web, qui magistralmente rappresentata:

Sia chiaro: questa non è la storia della pubblicità Barilla (per la quale servirebbe un numero di battute decisamente maggiore); ma questo breve flashback serve a prendere coscienza dell’immenso divario che emerge fra gli spot storici esposti finora e quello…con Banderas! Uno dei primi problemi è, ahilui, l’accento dell’attore. In questo caso, infatti, uno “spot music” sarebbe stato cento volte più preferibile. Per non parlare della zero credibilità di Banderas in qualità di cuoco Mulino bianco e del triste e inutile inserimento del personaggio della gallina Rosita, alla quale il prestante ispanico espone i propri progetti futuri (serve commentare?).

Ma a dimostrare l’inefficacia comunicativa dello spot non sono tanto le parole (che qui arrivano totalmente a mancare), quanto la miriade di parodie – alcune anche molto volgari – sul canale Youtube di cui è stato oggetto. Questa la versione della casa di produzione Ferrafilm:

Tuttavia, il premio alla migliore parodia di Banderas va senz’altro a Nicola Savino, all’interno del programma “Ciao Belli” di Radio Deejay. Se avete un po’ di tempo da perdere, consiglio vivamente un’incursione sul canale (le cui repliche sono ascoltabili direttamente dal sito). In conclusione, una possibile analisi critica alla pubblicità in esame paradossalmente potrebbe essere: via i nuovi, avanti i vecchi. Perché è da lì che, a mio avviso, la Barilla deve ricominciare. Dalle intense e appassionate emozioni di cui si facevano veicolo i suoi vecchi spot.

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5 thoughts on “Barilla – Banderas, il connubio fallito

  1. Assolutamente, io idem! E che ne ho inseriti solo alcuni, sennò il bacino sarebbe infinito! Su Youtube puoi sbizzarrirti 🙂

  2. Meno male che non ci sono solo io a trovare semplicemente assurdo questo spot. E Banderas invecchiato male, ingrassato e che non ha mai saputo recitare decentemente in vita sua può attirare solo le vecchie casalinghe eterosessuali abituate fin dall’infanzia a idolatrare senza se e senza ma l’altro sesso. Personalmente preferisco Crozza!

  3. In effetti, gli spot entrati nell’immaginario collettivo sono più spesso quelli dei prodotti a marchio Barilla che quelli dei prodotti Mulino Bianco.
    Banderas e Rosita, per me, non si collocano nel filone di Cindy Crawford con il ciondolo che si trasforma in forchetta e della bambina che porta a casa un micetto rientrando da scuola sotto il diluvio, bensì in quello del “Piccolo Mugnaio Bianco e Clementina” e della famiglia “Se ho un desiderio? Una casa nel verde”: non proprio altrettanto coinvolgenti.

  4. Pingback: Package holiday #2 – Rigoli Mulino Bianco | Larrycette

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