Stille post vs crowdsourcing: collaborare artisticamente o comunicare collaborando…

di Gabriele Prosperi

Germania, 2013. Il progetto si chiama Stille post e viene presentato da una società di visual communication, Built., come un lavoro collaborativo tra più artisti.
L’idea è semplice e sembra molto efficace: stille post è il termine tedesco per indicare il nostro telefono senza fili (chinese whispers in inglese) – ossia il gioco in cui alla frase detta da uno dei concorrenti, il successivo dovrà rispondere con una frase che abbia in comune l’ultima parola della precedente.

Questo gioco diventa la base architettonica del progetto: 13 artisti dovranno realizzare ognuno un breve video di 30 secondi, ma non potranno vedere il video dei loro colleghi. A “tenerli uniti” sarà un tema comune (il concetto di pausa) e soprattutto il fatto che ogni lavoro dovrà essere realizzato a partire dall’ultimo fotogramma di quello precedente.
Il risultato è un intrigante oggetto di arte collaborativa… se non fosse per un piccolo dettaglio: i video non hanno quasi nulla a che fare l’uno con l’altro.

Stille Post, collaborative project from BUILT. visual communication on Vimeo.

Questa discrepanza viene brevemente descritta qui: «nella maggior parte dei casi il ricevente non si è minimamente sforzato di sviluppare il contenuto del frame ricevuto, ma ha cercato un modo elegante e rapido per disfarsene e piazzare la propria idea. Il che la dice lunga sull’attitudine collaborativa degli artisti in genere.»

Ma è davvero un problema di collaborazione o, peggio, di comunicazione?

Da sempre gli artisti collaborano tra loro. Di esempi ne troviamo a cascata nella storia dell’arte, in qualsiasi ambito: dal Requiem of Reconciliation alle canzoni realizzate da più cantanti pop per scopi benefici; dai film collettivi che popolano il cinema italiano dagli anni ‘50 a film che integrano il lavoro di più registi – per dirne uno: Sin City (2005, Rodríguez-Miller-Tarantino).

Mettiamo allora un momento da parte il termine “artista”. Tra le tante possibilità di collaborazione culturale, che si diffondono oggi nel web in maniera praticamente automatica, troviamo il caso del crowdsourcing, che sembrerebbe il parente più stretto al “classico” progetto collettivo. Già dai primi esempi (ormai storici) di Aaron Koblin possiamo però notare le differenze tra i due tipi di progetto.
Se nel lavoro collettivo l’autore, individualmente, dovrà consegnare un suo lavoro (con il suo stile, i suoi metodi, i suoi temi) riconoscibile nell’insieme che costituirà il prodotto finale, nel crowdsourced il contributo individuale delle centinaia e centinaia di partecipanti passerà in secondo piano.

Osservando lavori come The sheep market (2006) o la piattaforma The Johnny Cash Project (2010), o ancora il più famoso e ambizioso progetto prodotto da Ridley Scott Life in a Day  (2011), ci rendiamo conto di come si tratti di oggetti molto più organici rispetto all’eterogeneità dei lavori “collage di più autori”.
Sai che il lavoro è stato fatto dalle mani di più persone – che hanno creato una delle pecorelle, uno dei frame o una delle sequenze – ma ciò che fruisci da spettatore è un oggetto a se stante, unico e continuo, seppure autorialmente molteplice. Anzi, questa molteplicità è parte fondamentale dell’esperienza individuale, dal momento che sta allo spettatore scegliere se scoprire chi ha realizzato una delle componenti.

Nel lavoro collettivo si mantiene il riconoscimento dell’autore del prodotto, della sua soggettività – che è anche una presa di responsabilità e una forma di garanzia. Viene però meno la possibilità comunicativa con altri autori – e, per estensione, con gli “altri” in genere – proprio per affermare la propria artisticità (il fatto che sia di quell’autore). Ne deriva un prodotto spaccato in tanti pezzi distinti e distinguibili quanti sono i collaboratori al progetto.
Nel lavoro crowdsourced o, potremmo dire, “collaborativo dal basso”, questo riconoscimento viene meno – anche se si cerca di attestarne in un modo o nell’altro la “proprietà” ai vari individui (come accade concretamente negli accordi presi coi vari partecipanti di Life in a Day). Questo però a favore di una possibilità comunicativa molto maggiore tra i vari creatori, in quanto qui collaborano “concretamente”: con più o meno strumenti, consapevolezza, capacità o intenti, contribuiscono tutti egualmente alla costituzione dello stesso prodotto.

Questo non significa che uno sia migliore dell’altro; cambiano però i Terms and Conditions del contratto che chi fa stipula con gli altri, i quali dovranno scegliere se e quanto comunicare…

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