Il crimine è il nostro mestiere? La buona pirateria

di Gabriele Prosperi

“Io” produco, “io” distribuisco, “io” proietto: tra serie televisive e film sempre più influenzati dai fan, nuovi modi di diffusione online basati sui nostri “mi piace” e i vari mezzi di riproduzione che possiamo usare… alla fine ci ritroviamo in mano un’intera filiera cinematografica. Una sorta di mega-industria del cinema monopolizzata dalla più piccola nicchia che si possa immaginare, quella costituita solo da me stesso.
E se la “nostra” pirateria si trasformasse in una di quelle fasi?

Certamente è uno dei fenomeni che più ci riguardano: ci mette al centro, ci rende responsabili della diffusione stessa di ciò che carichiamo/scarichiamo. È proprio qui che la faccenda diventa personale e si comincia a parlarne in prima persona: quando scarico sto facendo la mia stessa, autogestita ed efficientissima “distribuzione” cinematografica.

Non è un caso, allora, che la pirateria, questa grande nemica (di chi?), scateni fenomeni di difesa e reazione alle forme di controllo sul copyright. L’esempio più vicino è la vicenda Megaupload/Megavideo, la cui chiusura ha fatto nascere a cascata una miriade di reazioni diverse che – malgrado gli effetti negativi immediati su altri strumenti simili di diffusione illegale – ha tutt’altro che spento lo spirito di iniziativa degli utenti. Basta una semplice ricerca su Google delle parole megavideo+chiuso che le prime pagine ad apparire sono quelle di consigli su “altri modi” per scaricare e vedere online (un po’ come Napster).
Proprio su questo carattere identitario potrebbe celarsi una nuova chiave di lettura.

Come viene spiegato da Roberto Braga e Giovanni Caruso nel loro blog Digital Piracy, se la pirateria dev’essere combattuta è possibile sconfiggerla in pochi minuti, “integrandola” e non criminalizzandola: «Combattere la pirateria significa ripensare il proprio modello di business e il proprio rapporto con i pirati e con i fan di un prodotto culturale».

Capita già di trovare alcune eccezioni in cui la pirateria comincia a essere presa sul serio, senza arrembaggi o impiccagioni. Un caso particolare è ad esempio quello di Pioneer Onewebserie finanziata unicamente dalle donazioni fatte dagli utenti (un importante caso di crowdfunding). A renderlo particolare è lo strumento di distribuzione/produzione: una piattaforma, cui collaborano VODO, EZTV e The Pirate Bay basata unicamente sul circuito BitTorrent, uno degli strumenti più sfruttati dagli utenti “fuorilegge”, che qui sono però wanted alive, dato che “rubando” ripagano… Alla fine non solo la fase di distribuzione ma tutte le fasi della filiera assumono ognuna una dimensione più personale o, meglio, integrata con l’utente (io finanzio: crowdfunding; io scarico: BitTorrent; io guardo: pc, mac, iphone, ecc.).

La nuova impostazione inizia a diffondersi anche presso le majors americane, in primis la Warner Bros. che sta già pensando alla possibilità di trasformare questo insieme di “criminali” che rippano, mettono in circolazione e sottotitolano indipendentemente prodotti della WB in un vero e proprio nuovo settore di utenza, anticipandone ad esempio i tempi di produzione. Proprio della Warner Bros. è il primo studio mai realizzato sulla possibile integrazione dei mezzi tipici della pirateria all’interno di un complesso e strutturato sistema di distribuzione audiovisiva.

Il messaggio che sembra leggersi tra le righe è che finalmente la pirateria possa essere riconosciuta per quello che è: un “fatto personale” e, di conseguenza, un possibile nuovo mezzo di avvicinamento e coinvolgimento.
Una sorta di cookie altamente specializzato, in grado di funzionare da indicatore ambientale e produttivo del gusto e del consumo. Ma soprattutto che venga messa nelle condizioni di poter “espiare” le proprie colpe, e riconosciuta come un fenomeno talmente grande, diffuso e nostro da doverci ormai – ed era ora! – fare i conti con cognizione di causa.

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