Crowdsourcing investigation: quando la fantascienza è dietro l’angolo

di Mario Palomba e Fabrizio Serra

Ci siamo ormai abituati a parlare di crowdfunding e crowdsourcing, soprattutto nell’ambito della produzione multimediale. Tuttavia l’innovazione tecnologica e l’incredibile diffusione capillare di cellulari, smartphone e tablet vari, ha aperto a questa pratica un mondo tutto nuovo ed inesplorato di possibili applicazioni. Il primo esempio l’abbiamo avuto dopo il terribile attentato alla maratona di Boston dello scorso 15 aprile, le cui indagini per trovare i colpevoli hanno dato vita probabilmente al primo caso di crowdsourcing investigation.

L’eco delle due esplosioni non si era placato ancora ma su Twitter, Vimeo e Facebook, tanto per citare alcuni tra i social media, già decine di utenti postavano foto e video della tragedia appena accaduta, contribuendo a diffondere globalmente la notizia. Tutte queste immagini istantanee catturano ciò a cui gli ignari spettatori hanno assistito e fermano nel tempo volti, emozioni e gesti di quei terribili secondi. In poche parole, sono le migliori testimonianze visive a cui gli investigatori potessero affidarsi per risolvere un complesso caso di terrorismo. In situazioni in cui il fattore tempo è determinante non è facile intervistare decine e decine di persone per ricostruire l’intera scena del crimine in modo preciso e dettagliato, e i racconti dei testimoni oculari raramente forniscono un quadro omogeneo, data la difficoltà legata al ricordo in circostanze di panico e shock come nel caso di un attentato.

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Le fotografie però non mentono, ed è da questa considerazione che le autorità preposte alle indagini si sono subito mobilitate in appelli agli spettatori per far sì che tutto il materiale video e fotografico dell’esplosione – e soprattutto degli istanti prima – fosse inviato agli uffici dedicati. Si è trattato di un chiaro esempio di crowdsourcing, in un contesto diverso dai soliti in cui ne sentiamo parlare, ma fondamentale per la buona riuscita delle indagini, come ha voluto sottolineare l’agente speciale dell’FBI Richard DesLauriers che ha coordinato le indagini. L’intenzione degli investigatori era di costruire un mosaico utilizzando filmati delle telecamere di sicurezza e soprattutto il materiale delle persone presenti, così da poter ricreare il quadro della situazione da più punti di vista e da più angolazioni possibili. L’appello delle autorità è stato accolto positivamente, e le immagini e i filmati sono giunti a migliaia alle forze investigative, come un vero fiume di dati in cui ricercare ogni possibile elemento utile.

Così come l’utilizzo del crowdsourcing in una circostanza tale sarebbe stato impensabile anche solo dieci anni fa, così la gestione di un tale flusso di dati è possibile solo grazie alle avanzatissime tecnologie in dotazione a poche strutture governative, dove il lavoro che altrimenti dovrebbero svolgere migliaia di analisti impiegando mesi e mesi è oggi portato a compimento da sofisticati centri di calcolo e soprattutto da programmi che sfruttano algoritmi creati ad hoc per fare quello che farebbe un occhio umano – ma meglio e più velocemente – ovvero analizzare volti, identificarli e registrare ogni atteggiamento sospetto.

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Appare dunque chiaro che le autorità governative hanno intuito l’enorme potenziale di queste risorse e, visto il successo di questo caso, è probabile che un crowdsourcing in funzione di supporto alle indagini potrà essere un’arma in più non solo nella ricerca dei colpevoli ma addirittura nella loro cattura prima che commettano un crimine. Un giorno i supercomputer dei centri di calcolo saranno in grado di raccogliere e gestire un flusso ancora maggiore di informazioni provenienti da fonti digitali e non, in una fusione di dati ancora più avanzata di quella che abbiamo visto all’opera nel crowdsourcing di Boston. Insomma la pre-crimini di Minority Report non sembra più così lontana.

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