Quando un trattino diventa nazionale: In Treatment – L’appuntamento

di Gabriele Prosperi

Siamo ormai piuttosto abituati a titoli di film e serie con trattino: da Boardwalk Empire – L’impero del crimine a Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore. Quando si parla poi di “titolo per il mercato italiano”, spesso si degenera in scelte curiose – ancora mi chiedo chi decise di trasformare un bellissimo Eternal Sunshine of the Spotless Mind in Se mi lasci ti cancello.
Siamo però meno abituati a una strategia tipicamente statunitense, quella del remake nazionalizzato. È il caso dell’ultima novità firmata Sky Cinema che con In treatment – L’appuntamento riporta in TV Sergio Castellitto, alias lo psicanalista Giovanni Mari.

La critica più frequente che circola sul web urla al plagio. Ma facciamo una premessa: cos’è In Treatment?

Forse la definizione più appropriata è “prodotto di franchise”. Di fatti si tratta di un format seriale che dalla prima e originale realizzazione israeliana – BeTipul (Hagai Levi , 2005) – è stata letteralmente ricalcata dapprima in America, e da questa nelle varie trasposizioni nazionali che tra il 2009 e oggi si sono susseguite.

Malgrado le varianti presenti – un esempio: in Italia il patriottico militare USA diventa un carabiniere sotto copertura – si riprendono interamente stili registici, fotografia, trama e sceneggiatura. La serie è incentrata sulla figura di uno psicanalista che, in ogni puntata/giorno della settimana, incontra un diverso paziente per la canonica ora d’analisi. Infine il venerdì è lo stesso psicanalista a dover vestire i panni del paziente presso la sua mentore analista, alla quale confiderà dubbi professionali e problemi coniugali, in un recap tanto esistenziale del protagonista quanto delle puntate precedenti.

La formula è così azzeccata che nel 2007 HBO non poteva farsela scappare e quindi ne acquisisce i diritti, portandosi dietro lo stesso Levi, qui produttore esecutivo insieme a Mark Wahlberg. L’operazione fatta da HBO non è poi così sconvolgente negli States, dove il remake è cifra stilistica nazionale – pensiamo a Scent of a Woman (Martin Brest, 1992) da Profumo di donna (Dino Risi, 1974) o a Blood Story (Matt Reeves, 2010) dallo svedese Lasciami entrare (Tomas Alfredson, 2008). Per restare in TV, possiamo anche ricordare i casi Shameless e Skins, entrambe remake delle omonime serie made in UK.
Trama, personaggi, relazioni personali sono identici: l’operazione statunitense è più che nella norma e a essere apprezzate sono infatti le piccole variazioni che indicizzano le due versioni con caratteri differenti, come si sottolinea qui.

Quindi a lasciare perplessi non è tanto il remake italiano in sé, quanto la precedente edizione doppiata della serie HBO, messa in onda su Cult dal settembre 2008. È inevitabile il paragone tra le due versioni, quasi equivalenti tranne che per due caratteri particolari. Innanzitutto la promozione della serie italiana tende a puntare moltissimo sulla presenza dell’attore protagonista Sergio Castellitto, divo indiscusso di questa serie tanto da meritarsi una moglie altrettanto nota (Valeria Golino). Un divismo che si associa al valore culturalmente alto con cui spesso, e non a torto, si definisce la serie. Ma soprattutto ciò che distingue maggiormente il remake italiano dagli altri esistenti sembra essere un semplice trattino.

Se osserviamo le varie riedizioni del format, infatti, c’è la tendenza a ricopiare ogni aspetto della serie ma, in qualche modo, a renderla propria con vari caratteri nazionali, ricalcando l’operazione fatta dalla HBO nei confronti di BeTipul. Più precisamente si applica un processo di localizzazione, com’è sottolineato qui, cui segue solitamente tutto un insieme di variazioni stilistiche e narrative.

Il trattino d’unione nel titolo della versione italiana tradisce un po’ dello spirito in cui la serie viene riprodotta nel Belpaese: uno spirito di condizionamento dalla cultura statunitense tale da dover accostare il “nostro” titolo a quello americano. A parte alcune strategie narrative, che sembrano condizionate più dal fatto che dal labiale si comprenda l’italiano, sono poche le scelte fatte direttamente per dare alla versione una chiave di lettura differente.

Quale che sia il giudizio sul remake di una serie in Italia, il problema non è tanto l’incapacità di proporre qualcosa di nuovo e originale (dopotutto, franchise è e franchise rimane), quanto il fatto che non se ne colgano le opportunità. Il continuo riferimento alla matrice americana è così trasparente da rendere l’operazione di Sky Cinema, firmata Saverio Costanzo, difficile da apprezzare per la critica proprio perché il suo unico esito sembra essere la magistrale apposizione di un trattino d’autore.

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