Doctor Reboot

di Beatrice Lorenzini

Ultimamente sono un po’ in ansia: continuo a guardarmi alle spalle, dormo male. Il fatto è che tutta la mia barra dei preferiti, popolata da siti di approfondimento su cinema e serie televisive, negli ultimi tempi non fa che sbattermi in faccia una sillaba: RE.
Re-make, re-interpretazione, re-boot. Insomma, se già da un pezzo dovevo districarmi tra adattamenti, prequel e sequel di opere preesistenti, ora vivo nell’ansia di trovarmi a guardare un reboot di Casablanca o di altri classici di successo del passato.

Questo timore, se ci pensate, non è così infondato. Il cinema ha sempre, sostanzialmente, reinvestito su se stesso, sulle storie e sui personaggi già acquisiti. D’altra parte, se una storia è stata di successo mezzo secolo fa, perchè non dovrebbe esserlo ancora?
Personalmente, credo sia stata questa considerazione a muovere la decisione della BBC, nel 2005 di riprendere in mano un programma interrotto da tempo. Una parte di me, tuttavia, continua a pensare che che la ricomparsa di Doctor Who sugli schermi britannici, altro non sia stata che il ripristino naturale di un prodotto indissolubilmente legato all’identità stessa dell’emittente.

Doctor Who fa la sua apparizione sulla rete ammiraglia della BBC il 23 novembre 1963 e vi rimane per 26 anni di fila, con un ritmo di una stagione all’anno, per un totale di 694 episodi. Interrotta nel 1989, dopo essere stata contrapposta, in sede di palinsesto, all’inattaccabile Coronation Street, rivive brevemente in un lungometraggio del 1996 coprodotto da BBC, Universal e Fox che, tuttavia, non ottiene un successo tale da giustificare una ripresa della serie televisiva. Solamente una decina di anni dopo, nel 2005, la BBC decide di riprendere in mano il progetto e di ripartire con la produzione di Doctor Who.

Io, che non posso certo definirmi fan della prima ora, davanti all’impresa titanica di recuperare 26 stagioni, ho capitolato e mi sono limitata a guardare, tutte d’un fiato, le sei (con settima in corso) stagioni mandate in onda dal 2005 a oggi. E sono rimasta sbalordita.
Quello che intendo dire, al di là di eventuali giudizi di valore, è che mi ero preparata a vedere la ri-messa in scena di una storia assente dagli schermi televisivi da quasi vent’anni e, abituata come sono ai continui reboot e remake dell’industria audiovisiva, mi aspettavo, se non un vero e proprio riavvio della storia, almeno uno spiegone colossale.

E invece questo non succede. Non succede perchè Doctor Who, nel 2005, riprende – idealmente – da dove si era interrotto. Niente flashback, niente “nelle-puntate-precedenti”. Il protagonista, Doctor Who, viene presentato attraverso pochissime note biografiche che sottendono, comunque, una conoscenza della narrazione precedente. Per me era inconcepibile: non riuscivo a capire come potessero permettersi una cosa del genere, considerando gli anni passati e un inevitabile ricambio del reparto creativo. È vero anche che Doctor Who è un personaggio che si è ormai stabilmente cristallizzato nella cultura popolare britannica – e non solo – ma volendo riavviare la serie dopo così tanto tempo, pensavo che una re-introduzione della storia fosse necessaria. Ma è bastato poco affinchè capissi perchè non lo fosse: alla fine della stagione andata in onda nel 2005, l’attore protagonista della serie, Christopher Eccleston, abbandona la produzione e viene sostituito da David Tennant. Sul piano narrativo, in virtù di un potere di cui è dotato Doctor Who, il personaggio-Eccleston si rigenera nel personaggio-Tennant, mantenendone l’identità ma non le caratteristiche fisiche e caratteriali precedenti.

E questo, a mia insaputa, era successo per tutti i precedenti cambi di interprete per un totale di undici attori protagonisti ad oggi. Non solo, anche il ruolo dei co-protagonisti, i companions, subisce un simile ricambio perfettamente integrato a livello narrativo, permettendo così un costante rinnovamento (e svecchiamento) dei personaggi e del racconto. Inoltre, la natura stessa della storia, che vede come protagonista Doctor Who nei panni di un Time-Lord, un alieno in grado di viaggiare nel tempo e nello spazio, permette una potenzialmente infinita varietà di ambientazioni.

Insomma, da un lato Doctor Who è il costante reboot di se stesso nel momento in cui cambia aspetto fisico, modifica il proprio carattere e viene nuovamente introdotto al companion di turno, dall’altro, il running plot che va avanti dal 1963, basato – apparentemente – proprio sull’identità del protagonista messa in dubbio fin dal titolo, continua a percorrere le stagioni di questa serie televisiva. In un’epoca in cui la serialità televisiva si presenta sempre più come ibrida tra serie episodica e serie serializzata, e quindi sempre più caratterizzata da forti running plot in compresenza di episodi autoconclusivi, Doctor Who si presenta come compendio di queste definizioni.

Fin dal principio, infatti, Doctor Who adotta un tipo di narrazione episodica, trasponendo però il classico caso di puntata in un arco narrativo che copre una media di 5-6 episodi e portando avanti in contemporanea la trama orizzontale della serie. Nonostante i cambi di formato, la serie mantiene questa struttura fino alla nuova edizione del 2005, nella quale la narrazione viene declinata in una definizione ibrida più simile a quella di molte serie televisive a cui siamo abituati, limitando la natura episodica delle proprie storie ai confini della singola puntata e mantenendo un forte running plot che si riallaccia idealmente a quello iniziato nel 1963.

In anni come questi, perciò, in cui il prefisso RE- sembra farsi carico di una certa mancanza di originalità, è curioso che esistano prodotti come Doctor Who che hanno integrato il concetto di remake e di reboot all’interno della loro stessa natura di prodotto seriale, diventano simbolo di originalità e di innovazione, in barba alla mancanza di idee originali che l’odierna industria culturale dell’audiovisivo sembra accusare.

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One thought on “Doctor Reboot

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