50 anni di The Freewheelin’ Bob Dylan

di Alessio Merighi

In questo 2013, una delle date importanti da tenere a mente è il 27 maggio. Sarà un lunedì, il giorno lavorativo per eccellenza, una giornata qualunque insomma. Ma non proprio, se siete appassionati di musica. Il 27 maggio compie 50 anni The Freewheelin’ Bob Dylan, l’album che ha dato il via alla straordinaria carriera di Bob Dylan.

E’ il secondo album pubblicato dal menestrello di Duluth, il primo a contenere pezzi destinati a entrare nella storia della musica e a non uscirci più. Influenzato da Suze Rotolo, attivista per i diritti civili e sua ragazza all’epoca, Dylan riversa in Freewheelin’ un’incredibile vena creativa che va ad incontrare il nascente Movimento per i diritti civili e le sue istanze di libertà e uguaglianza. Trascinato dal successo di canzoni come Blowin’ in the Wind, Masters of War e A Hard Rain’s a-Gonna Fall, Bob Dylan viene presto considerato il “portavoce di una generazione” e le sue canzoni come poetiche profezie.

Sebbene abbia sempre rifiutato il ruolo di profeta, il titolo di poeta, e ovviamente quello di portavoce di una generazione, Dylan è stato suo malgrado tutto questo. Almeno lo è stato fino al Newport Folk Festival del 1965, quello della svolta elettrica di Maggie’s Farm, quello del famoso aneddoto di Pete Seeger con in mano un’ascia pronto a tagliare l’alimentazione alle chitarre di Mike Bloomfield e di Dylan, appunto. Da quel punto in poi Bob sarà un’altra cosa, sarà il poeta maledetto armato di chitarra elettrica, sarà l’amante ferito dal divorzio con la moglie, sarà il cristiano rinato che si dedica al gospel e alle canzoni religiose e mille altre cose ancora. Ma queste sono altre storie.

Torniamo al 1963 e a Freewheelin’. L’abbiamo sentito spesso dire, da cantautori, cantanti e critici che “a canzoni non si fan rivoluzioni”. Ma le già citate Blowin’ in the Wind, Masters of War e Hard Rain hanno avuto sicuramente un ruolo importante nel risvegliare e ispirare le coscienze dei giovani degli anni sessanta. Il fatto che ci fosse un ragazzo di appena 22 anni come loro a dire quelle cose, quei pensieri che tutti loro avevano dentro ma non riuscivano a esprimere, era una spinta ad agire verso il cambiamento, o almeno a provarci. Erano l’arsenale lirico e musicale della nascente controcultura americana che protestava contro la guerra in Vietnam e contro le discriminazioni razziali e sociali. Quelle canzoni riuscivano a convogliare i pensieri di un’intera generazione all’intero di un linguaggio estremamente incisivo ed efficace. Senza volerlo, Dylan era veramente diventato il portavoce di una generazione.

Freewhellin’ si apre con Blowin’ in the Wind. E’ forse la prima canzone che viene in mente pensando a Bob Dylan. Tre semplici accordi per un capolavoro scritto in appena dieci minuti, un testo dove ogni parola è carica di senso e di poesia, un messaggio forte ed incisivo come nessuno aveva mai scritto prima.

Mavis Staples, nel documentario di Scorsese No Direction Home (2005), esprime tutto il suo stupore nell’aver riconosciuto nel testo, in particolare nella frase “How many roads must a man walk down before you call him a man?”, le stesse frustrazioni e aspirazioni delle persone di colore espresse in modo così intenso ed energico da un giovane ragazzo bianco.
La canzone pone una serie di domande retoriche su guerra, pace e libertà rispondendo ambiguamente con “la risposta sta soffiando nel vento”. Da una parte cioè sembra indicare che la risposta è ovvia e davanti a noi, dall’altra che è invece come il vento, invisibile e imprendibile. Dylan l’ha definita invece come “un foglio trasportato dal vento, che prima o poi deve cadere. Ma l’unico problema è quando lo fa non c’è mai nessuno a raccoglierlo. E così vola via di nuovo”. Insomma, la risposta la conosciamo tutti, ma non siamo capaci di trasformarla in qualcosa di tangibile. Non siamo in grado di raccogliere quel foglio, e lo lasciamo continuamente volare nel vento.

La seconda canzone dell’album è Girl from the North Country, di cui va ricordata una splendida interpretazione insieme a Johnny Cash.
La terza traccia è invece Masters of War. Scritta con un linguaggio privo di qualsiasi distorsione poetica, la canzone è una dura condanna nei confronti dei signori della guerra(l’apparato dell’industria militare e chi lo alimenta), in cui Dylan arriva persino a sperare nella loro morte e annuncia che: “starò di fronte alle vostre tombe finché non sarò sicuro che siate morti”. Depurata di qualsiasi influenza religiosa, e quindi fuori dalla concezione del “perdono” cristiano, esprime tutta la rabbia e il rancore del poeta nei confronti della guerra e di chi ne trae vantaggio. Una rabbia che stupì lo stesso Dylan all’epoca, ma che egli non poté fare a meno di esprimere.

Un’altra che vale la pena mettere in evidenza è A Hard Rain’s a-Gonna Fall. Scritta durante il periodo della crisi dei missili a Cuba (ottobre 1962), è ricca di riferimenti cabalistici e biblici, e descrive uno scenario apocalittico. Per questo si era diffusa opinione come che la Hard Rain di cui parlava la canzone fosse una metafora di un possibile fallout atomico. Idea smentita da Dylan stesso che spiega che “a hard rain’s gonna fall”(“una dura pioggia sta per cadere”) altro non significa che “qualcosa sta per succedere”. La canzone cristallizza il senso di avvicinamento alla fine percepito dalla società americana durante uno dei momenti più acuti della guerra fredda. E’ una sorta di canzone-profezia, che troverà le sue risposte nella splendida It’a Alright Ma(I’m Only Bleeding) del 1965. Hard Rain descrive il viaggio del poeta in un mondo impazzito pieno di anime tormentate, It’s Alright Ma è la risposta che conclude il viaggio.

Da ricordare sono anche l’arpeggiante Don’t Think Twice, It’s All Right, scritta dopo che Suze Rotolo gli comunicò l’intenzione di trasferirsi in Italia permanentemente. Bob Dylan’s Dream che rievoca i primi tempi di Dylan al Greenwich Village, passati in modo spensierato con gli amici. Bryan Ferry ne ha tratto una splendida cover. E poi Talkin’ World War III Blues. In pieno stile Woody Guthrie, è un talkin’ blues dai toni ironici (sorrido sempre ascoltandola) che riprende il tema apocalittico di Hard Rain, ma in tono umoristico e scanzonato.

50 anni dopo, The Freewheelin’ Bob Dylan non ha perso nemmeno leggermente la forza delle sue invettive e la brillantezza del suo linguaggio. Come un cinico testimone, le sue note ammonitrici risuonano ancora a ricordarci il fallimento di una generazione che sembrava destinata a cambiare finalmente le cose. L’attualità dei suoi temi è la prova schiacciante di questo fallimento.
I “signori della guerra” soverchiano ancora indisturbati, le guerre si sono moltiplicate, e molto poco è cambiato per quanto concerne i diritti civili.
Se allora rappresentava la sintesi e la testimonianza delle istanze di libertà e di diritti civili di una generazione, oggi risuona come la testimonianza della sconfitta di quella stessa generazione. Dylan forse percepì in anticipo quest’aria di disfatta, rinunciando alla musica folk, dimenticando Woody Guthrie e diventando elettrico. Joan Baez lo dice chiaramente nel documentario di Scorsese: “Bob mi disse che la differenza tra noi era che io pensavo ancora di poter cambiare le cose, lui no”.

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7 thoughts on “50 anni di The Freewheelin’ Bob Dylan

  1. Premetto di non avere letto per intero l’articolo (anche per problemi di visualizzazione della pagina), tuttavia, pur sapendo che è difficile mettere a tacere la propria passione (a prescindere se la fonte della sua fiamma sia ormai molto retrodatata), trovo, per quanto riguarda la musica, una continua solfa su quanto siano stati grandi i cantori e i gruppi dal capo inghirlandato di ”cime d’erba”, e una grande disattenzione,almeno in contesti più o meno accademici come questo, verso alcuni gruppi musicali contemporanei. Al di là del gusto personale riconosco la grandezza di certa musica del passato, come riconosco un certo ”snobismo” fatto di nomi e di epoche mitiche.
    Trovo che oggi ci siano alcuni gruppi che rappresentato sia a livello di testi, sia a livello più strettamente musicale, la sensibilità del nostro tempo. Molta musica, nata sulla scia di quei tanto bistrattati anni 80 da parte dei reduci della contestazione, ha prodotto dei dischi di altissimo livello, che a livello di strutture compositive oserei paragonare alla musica classica. Mi chiedo perché non se ne parli? se quelle ”tastierine’ tanto sintetiche rispetto alla ”maria” che si fumava ascoltando Dylan, sta producendo degli album da parte di gruppi come M 83, Cut copy, interpol,Arcade Fire ecc che consentono delle armonizzazioni che, come dicevo sopra, potrebbero essere la degna continuazione della musica classica, come mai non se ne parla? Forse perché non li si conosce o forse perché è più difficoltoso con questi repertori fare il ”pseudoartista” da strada o da spiaggia? o forse ancora perché, se dei gruppi che ho citato non ne indossi a sua volta solo le apparenze, ma ne leggi i testi

  2. (continuazione messaggio precedente) forse ti rendi conto che è troppo da ”sfigato’ un testo che sembra scritto da un bambino che dal chiuso della sua camera ti grida ” corri, stiamo sognando !” o da uno che grida che non vuole morire, non vuole combattere ma vuole solo vederti piangere.

    P.S. : pardon per eventuali errori di battitura e grazie per avermi stimolato questo commento

  3. P.S. 2: Alessio alla fine sono riuscito a leggere e fa piacere trovare chi sa scrivere di musica.
    Ora toccherà rimettere ordine al caos dei miei commenti. Comunque sono Renzo Demasi (non Demaì) e prometto che la prossima volta che deciderò di fare qualche commento controllerò prima di inviare 🙂

  4. Renzo, ho scritto di Dylan perché credo si debba scrivere di quello che si conosce. Purtroppo(per te in questo caso) mi piace la musica cantautorale, e mi sento di poter scrivere di quella. I gruppi che citi te li conosco appena, e la musica a cui ti riferisci pure. Non ne saprei parlare e tanto meno scrivere.

    Detto questo, concordo sul fatto che non si presti molta attenzione a realtà musicali assai valide, concentrandosi invece su “artisti” di dubbio talento ma che fanno breccia nel gusto popolare assai più dei gruppi da te citati.

    Riguardo il parlare di “cantori e gruppi dal capo inghirlandato di cime d’erba”(dovresti specificarmi meglio a chi ti riferisci), non credo si debba smettere di scrivere di loro. Bisognerebbe, forse, cercare di farlo in maniera meno retorica e più approfondita. Sfatando vecchi stereotipi e cercando di dare nuove chiavi di lettura.

  5. Alessio, dell’artista di cui hai parlato riconosco la grandezza, e la riconoscono pure alcuni artisti contemporanei che io seguo e, cito te stesso, ”purtroppo per te”, mi dici di non conoscere. Mi ha fatto piacere aver potuto accendere, seppur per brevi righe, questa discussione. Il mio intervento non voleva essere denigratorio nei tuoi confronti né di tanti altri che si riconoscono in un epoca o in un genere di musica diverso da quello che piace a me. Da adolescente ho vissuto in un paesino e non avendo internet per scoprire materiale nuovo, anche io ascoltavo (forse non in modo approfondito come te) cantautori e gruppi musicali, di cui riconosco il merito, ma che ormai considero dei dinosauri (vedi i vari gruppi hard rock, progressive ecc.). Oggi trovo che ci siano dei gruppi che a livello di strutture compositive hanno obiettivamente un valore maggiore di tanti gruppi ( e cantautori) del passato, certo poi ognuno può concepire la musica secondo il proprio gusto. Riguardo ai testi, anche se in molti casi c’è un ripiegamento verso l’interiorità e non verso tematiche sociali (come nel caso di Dylan) essi hanno lo stesso valore di quelli dei tanto esaltati cantautori, certo alcuni sono più subliminali (anzi subconsci) e occorre avere un particolare vissuto interiore per poterli cogliere. A parte questo, trovo in generale che i cosiddetti cantautori non riescono a far conciliare perfettamente (anzi quasi per niente) musica e parole. Posso dirti che invece (seppur non conosco bene l’inglese) che trai gli album di qualche gruppo che ti ho citato nel commento precedente, ve ne è qualcuno composto oserei dire con la stessa perfezione di un concept album dei Pink Floyd ( sul fatto che questi ultimi abbiano fatto dei grandi album dovremmo essere d’accordo !) Inoltre, non molto lontano dagli anni in cui Dylan creava i suoi migliori album, c’era un gruppo come i Doors conosciuto da pochi e che è stato riscoperto solo in seguito ( ahimè diventando anche il cavallo di battaglia di molti finti alternativi!). Ecco il mio commento voleva essere provocatorio in questo senso, una sorta di romanticismo che vuole esprimersi con l’arte che è allo stesso tempo universale e che sappia cogliere la sensibilità del proprio tempo. Fanno piacere le analisi come le tue che individuano ”le previsioni di come saremmo finiti”, credo comunque che non guasterebbe una certa attenzione a chi oggi continua a creare e a descrivere l’anima dei nostri tempi, anche senza tutti i fronzoli della politica.
    Alessio grazie ancora per lo scambio,
    Renzo

  6. Le mie promesse di controllare errori di battitura e congiuntivi vari non sono valse al nulla, spero che il contenuto di ciò che ho voluto dire sia stato lo stesso chiaro, Tuttavia ritengo che per non essere sgradito a chi legge si debba curare anche la forma, per questo, visto il poco tempo che ho a disposizione (anche perché devo spulciare tra quanto di nuovo e interessante nasce nell’universo musica, e che non è reperibile così facilmente come gli autori canonici), cercherò di limitare la mia impulsività nei commenti. Comunque non resisto a contrapporre il ”Mr, Tamburino” ( di cui conoscerai il testo meglio di me) allo” Specialista” come esempi di canzoni attente al singolo (farsi cullare dallo Specialista o dal Tamburino ?), e il” soldato che bussa al cielo” all’uomo che nella sua eroica paura si rifiuta di combattere, questi ultimi tratti da canzoni con riferimenti sociali. Di seguito ti linko canzone e testo con relativa traduzione di The Specialist degli Interpol ( la traduzione non rende relativamente) insieme ad un commento ”rubato” ad una persona di mia conoscenza e che stimo per la sua scrittura.Inoltre ti linko ”Intervention” degli Arcade Fire di cui ti ricito più precisamente la parte a cui ho accennato nei commenti precedenti:
    The speciialist
    http://www.youtube.com/watch?v=2t6pTc_Va8o (canzone) http://interpolitaliancommunity.forumfree.it/?t=8513437( testo tradotto)

    ” Ehh….. Caro Blue Tears… La canzone dell‘omicidio/suicidio masochisticamente indotto (che è diverso dall‘omicidio/suicidio “tout court“) e del coito condivisamente coatto (che è diverso dalla violenza sessuale)… E infine… Chi cazzo non proverebbe piacere (un orgasmo subconscio) ad essere sbattuto in galera (“big house“) dalla propria vittima?
    Lo SPECIALISTA… Chi diavolo sarebbe? Forse Edipo? Forse Giocasta? Forse Oreste? Forse Elettra? Probabilmente tutti quanti – perversamente – insieme. ( commento ad un mio intervento in un forum da parte di un utente che si fa chiamare ”Intervention”)

    Intevention
    http://www.youtube.com/watch?v=ZO7ZWfvCjBE (canzone)

    ”Riesco ad assaporare la paura.
    Mi alza e mi porta via da qui.
    Non voglio combattere, non voglio morire
    voglio solo sentirti piangere”

    P.S.: caro Alessio forse anche tu con il tuoi cantautori di perdi parecchio

  7. Pingback: Il Grande Gatsby vs Il Grande Jay-Z | Fuori Corso

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