Critica Is Dead or Critica Is Not Dead?

di Giulia Zen

«La cinefilia è nel pieno di una rinascita globale. […] Con l’arrivo del nuovo secolo, Internet e la rivoluzione digitale hanno radicalmente modificato le regole del gioco rendendo possibile almeno tre cose: un gran numero di cinefili, di qualunque provenienza, ha potuto pubblicare sui blog parole, immagini e suoni; allo stesso tempo, ha improvvisamente avuto accesso a un’ampia quantità di dvd proveniente da tutto il mondo, spediti e ricevuti per posta; valide risorse come l’impagabile pagina Twitter di David Hudson, thedailyMUBI, Facebook e i RSS reader hanno contribuito a rendere la vita da lettori dei cinefili più gestibile ed efficiente. La ‘nuova cinefilia’ supportata da Internet e dai media digitali non è solo differente da quelle che l’hanno preceduta in termini quantitativi, è anche qualitativamente differente».

Ho deciso di partire da questo abstract tratto dal saggio di Girish Shambu, Sulla cresta dell’onda – L’esperienza della nuova cinefilia (da Film Idee, n.1) perché focalizza perfettamente il perno centrale di una delle più combattute discussioni odierne in ambito postcinema: ma ‘sta critica cinematografica, che fine ha fatto? La riflessione ha avuto molti spunti e stimoli in un convegno di studi svoltosi giovedì 30 gennaio e venerdì 1 febbraio a Palazzo Marescotti (Università di Bologna), dal titolo Critica della critica: una due giorni di riflessioni, opinioni, contrasti da parte di teorici e scrittori contemporanei.

Facciamo un passo indietro. Riflettendoci, questo genere letterario (se così si può ancora chiamare) è stato oggetto di accesi dibattiti sin dalla sua affermazione. Nata in ritardo rispetto al cinema, la critica cinematografica si sviluppa attorno al primo decennio del Novecento. Già nel periodo del Neorealismo esse viene messa sotto processo per non aver saputo apprezzarne l’importanza e la qualità. Ne La critica cinematografica, Alberto Pezzotta identifica i primi germi di crisi della critica con l’avvento del web verso la fine degli anni Ottanta, il quale ne causa la perdita di prestigio e autorevolezza. Insomma, a conti fatti, sono all’incirca trent’anni che si decreta apocalitticamente la “morte della critica cinematografica”. Già questo rappresenta un forte indice della natura precaria delle sue fondamenta.

Tanta carne al fuoco si è dunque assommata nel corso di decenni e decenni di discussioni teoriche. Questo spremersi di cervelli se da un lato è forse una conseguenza del famoso masochismo dei cinefili (ahimè, c’è dentro anche la sottoscritta), dall’altro – motivo decisamente più importante – è frutto del fatto che la crisi della critica genera a sua volta una crisi ben più ampia, quella lavorativa (ovviamente qui ci si riferisce prettamente all’ambito cinematografico), le cui cause risiedono proprio nel sempre più incerto e labile statuto di questo genere letterario.

I focus attorno ai quali la brace dei cinefili continua ad ardere sono principalmente tre: la nascita di un nuovo tipo di cinefilia (ipotizzato da Shambu), con la connessa “critica di gusto 2.0” (termine coniato da Claudio Bisoni); la sopravvivenza e l’utilità delle figure del “mediatore” e del cosiddetto “expertise”; infine, il fenomeno della “quantità” contro quello della “qualità”, che fa chiedere: ma allora, chiunque può vestire i panni del critico cinematografico?

Come in ogni dibattito costruttivo che si rispetti, accade allora che il pensiero si spacca in due: da un lato, troviamo quello pessimistico capeggiato da Gianni Canova; dall’altro, si può tirare un sospiro di sollievo grazie agli sguardi più ottimistici da parte di coloro che si sono “adattati” ai nuovi linguaggi, sui quali hanno trasposto le stesse capacità ma con filtri diversi. Esattamente ciò che è accaduto soprattutto alla forma più tradizionale della critica, la recensione.
Se da una parte, il pessimismo può avere un riscontro logico nel fenomeno dei “recensori dilettanti” (che a volte genera delle vere e proprie atrocità), dall’altro ci si imbatte in piacevoli sorprese quali sono alcune nuove e appassionanti forme di critica cinematografica, come le videorecensioni, i blog, i vlog…e chi più ne ha più ne metta.

In questo caso mi trovo totalmente a sfavore con il “scegli da che parte stare”, poiché il fenomeno della “quantità” ha il pregio di aver spalancato le porte ad una miriade di sfumature. Il problema sta nel fatto che è proprio dagli spazi concessi a queste sfumature che dipende il futuro – se c’è – di noi giovani aspiranti critici.

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