The Following: quando il crime supera se stesso

 di Mario Palomba

Guardando la serie The Mentalist, pensavo che nulla potesse turbarmi di più delle uccisioni ad opera di John il Rosso: lo scontro tra bene e male era evidente, i crimini efferati e il nostro eroe era sagace tanto quanto il serial killer. Mi sbagliavo. Dexter è arrivato come un ciclone, ribaltando completamente le mie convinzioni. L’eroe è il killer e vediamo nei minimi dettagli come si occupa delle sue vittime, in maniera nuda e cruda. Il finale della quarta stagione di Dexter – da cui mi devo ancora riprendere – ha reso la serie di Bruno Heller un simpatico aperitivo analcolico. Ma dopo aver visto il pilot di The Following, sono di nuovo punto e a capo.

Le serie tv del genere crime sono quelle che mi hanno sempre messo di più in difficoltà. Non tanto per il sangue mostrato, quanto per quella sensazione di impotenza nel guardare l’eroe di turno battersi per la giustizia e, magari, fallire miseramente. In The Mentalist il fallimento del protagonista alla ricerca di vendetta viene mitigato dai casi che gli vengono sottoposti dal CBI. Guardando le puntate, infatti, sai che c’è un serial killer a cui non riesci nemmeno ad avvicinarti, però in ogni episodio viene risolto un altro caso di omicidio, e la cosa ti consente di andare avanti serenamente.

Per quanto riguarda Dexter, invece, il fallimento riguarda la vita personale del protagonista, non quella “professionale”. Infatti Dexter riesce tranquillamente ad uccidere una persona ogni episodio ma ha grosse difficoltà nel far convivere la sua parte oscura con la vita di tutti i giorni: la sofferenza dello spettatore nasce dal voler credere che in ogni persona ci sia del bene e che questo, alla lunga, venga fuori redimendo anche il più incallito dei serial killer.

Alla fine del primo episodio di The Following, invece, ho avuto solo una forte sensazione di sconforto e desolazione, un pugno allo stomaco da cui difficilmente ci si può riprendere. Come giustamente scrive Paola Brembilla su CarnageNews, l’inizio di questa serie ricorda tantissimo Seven (David Fincher, 1995), soprattutto il suo finale. È come se gli autori avessero deciso di partire proprio dalla scena finale del film e farlo proseguire in una direzione ancora più sconvolgente dell’originale.

La trama è piuttosto semplice: da una prigione federale evade Joe Carroll (James Purefoy) un serial killer che si ispira ai racconti di Edgar Allan Poe, e costringe l’FBI a richiamare in servizio l’agente Ryan Hardy (Kevin Bacon) che lo aveva catturato salvando la vita all’ultima vittima. Si scopre che il killer, con la scusa di accedere all’archivio digitale di una biblioteca, ha intessuto una rete di contatti con seguaci e aspiranti assassini fuori dalla prigione che lo aiuteranno a completare la sua opera, rimasta incompiuta.

Quello che viene presentato nel primo episodio, potrebbe tranquillamente essere l’arco narrativo di un’intera stagione, forse due: l’agente Hardy alla ricerca dell’assassino letterato, mentre i seguaci rallentano le indagini. Invece no. Kevin Williamson, creatore della serie e sceneggiatore di alcuni classici del teen-horror come Scream (Wes Craven, 1997) e So cosa hai fatto (I Know What You Did Last Summer, Jim Gillespie, 1997), decide di chiudere subito questa storia.
Il fallimento dell’eroe è immediato e totale, seguito, alla conclusione dell’episodio, dallo smacco finale, non solo per il protagonista ma, soprattutto, per il pubblico. La confessione del killer, incalzata in sottofondo dalla versione dark di Sweet Dreams (Are Made of This), è rivolta più agli spettatori che all’agente dell’FBI, come se fosse Williamson stesso a parlare tramite i personaggi. Carroll, infatti, giustifica le sue azioni come fosse lo scrittore della trama di un libro e quindi della serie stessa.

Tutto quello che abbiamo visto era inevitabile, non c’è mai stata speranza per il nostro eroe, non c’è vendetta né redenzione nel suo futuro. C’è solo la frustrazione di vederlo sconfitto in partenza, sin dal primo episodio, in balia di una storia scritta da uno psicopatico e noi, come l’agente Hardy, siamo impotenti e costretti ad andare avanti con la visione della serie secondo le sue regole e le sue decisioni.

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