La sindrome di Fujiko: l’effetto-donna ne La migliore offerta e La doppia ora (Spoiler Alert!)

di Valentina Marzola

Quante puntate di Lupin III abbiamo visto nella nostra vita? E quante finiscono con Fujiko che, dopo essersi assicurata l’amore e la fiducia di Lupin, se ne scappa col bottino sgraffignato dal trio di ladri? Perciò ho coniato questa nuova denominazione: la Sindrome di Fujiko. La donna simula fragilità per rivelarsi ingannatrice.

Quanti film ci ingannano! Quanti ci lasciano esterrefatti! La migliore offerta (Tornatore, 2013) è uno di questi. Uscendo dal cinema, la prima cosa a cui ho pensato è stata la grande somiglianza con La doppia ora (Capotondi, 2009). O almeno così credevo, non avendo più rivisto per mesi questo film, una piccola perla del cinema italiano contemporaneo.

Un uomo, Giulio (Filippo Timi) solo e solitario ex-poliziotto, ora guardiano di una villa, habitué di un locale di speed-date, alle prese con un’apparente insignificante conversazione con una donna, Sonia (Ksenija Aleksandrovna Rappoport): questa è la scena iniziale de La doppia ora. I due iniziano a frequentarsi. L’uomo non sa però che lei, Sonia, è solamente una pedina di un calibrato piano attuato per svaligiare la villa di cui lui è il custode.
Ed ora La migliore offerta. Elegante e delicata rappresentazione di come un cinico battitore d’asta, Virgil Oldman (Geoffrey Rush), truffatore in certo qual modo, viene truffato a sua volta. Mai sfiorato dall’amore, sarà la voce di una ragazza, Claire (Sylvia Hoeks), che fatica ad avvicinare, a cambiare completamente la sua vita, derubandolo dei suoi dipinti più preziosi ma svelando un uomo sconosciuto.
La storica negatività della donna. Se dovessi parlare di questo, potrei dare una lista infinita di opere, cinematografiche e non, in cui la donna è l’inganno personificato. Ma cos’è che rende l’azione di queste due donne così diversa? A che uomo danno vita? Perché, quindi, mi sono ricreduta sulla somiglianza di questi due film?

Contesti diversi danno vita a uomini diversi. Questa teoria, alquanto flaubertiana, è sicuramente riscontrabile nel sottofondo de La migliore offerta, immerso nel panorama ricco e altisonante della società bene, e de La doppia ora, dove ci troviamo di fronte a una cameriera d’albergo e a un guardiano. All’apparenza molto simili, risultano due persone così diverse alla fine. Giulio, cinico all’inizio, ancor di più alla fine, vive in un cerchio. Dopo l’inganno torna al punto di partenza: lo speed-date. Virgil, freddo, cinico e pienamente realizzato, è il nostro uomo di latta che ha trovato il suo mago di Oz. Seduto ad un bar spesso nominato da Claire, a Praga, aspettando di vederla entrare nel locale. Sa benissimo che non accadrà mai, ma lui resta lì, seduto.

Sicuramente il furto è l’elemento che lega di più i due film, tuttavia l’impostazione è semplicemente differente. Questi due uomini sono un diverso bersaglio. Mentre nel lungometraggio di Capotondi il povero Giulio è solamente uno strumento, suo malgrado, di Sonia e della sua banda di rapinatori, Virgil è il diretto interessato del tranello ardito da Claire e da Robert (Jim Sturgess) e Billy (Donald Sutherland) . Questi ultimi, supposti amici, non han fatto altro per tutto il film che assecondare il nostro uomo di latta, il primo nella sua conquista della ragazza reale, il secondo delle sue dame dei dipinti. Ed è così che, raggiunta la felicità tanto attesa, il beffatore si trova spiazzato. Billy, pittore incompreso e denigrato da Virgil, otterrà la sua rivincita.

Amore simulato, femme fatale all’italiana. Questo è spesso una donna nel cinema. Per il genere noir e thriller in particolare. Queste due opere, magistralmente strutturate, non fanno altro che continuare questo filone di film infestati da donne ingannatrici. Non penso tuttavia che queste due donne siano poi così negative. Siamo passate oltre alla donna materialista cantata da Marilyn Monroe. A differenza della classica femme fatale, misteriosa, doppiogiochista, manipolatrice, visibilmente ambigua, la versione all’italiana, o meglio queste due donne in particolare ,sono sicuramente delle truffatrici. Ma per dirla in parole povere, sono delle truffatrici con un cuore. Si affezionano a questi uomini, li cambiano e a loro volta cambiano. Le nostre femme fatale guardano al passato e al possibile amore lasciato andare con nostalgia. Ma questa è semplicemente una visione personale. Poi beh, io sono un po’ di parte… .

Post-Scriptum: Non per voler trovare per forza il pelo nell’uovo ma l’automa che Virgil sta facendo costruire da Robert con pezzi ritrovati per caso, non vi ha ricordato troppo quello di Hugo Cabret?

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3 thoughts on “La sindrome di Fujiko: l’effetto-donna ne La migliore offerta e La doppia ora (Spoiler Alert!)

  1. [Commento spoiler!] Non ho visto ancora ‘La migliore offerta’ ma il finale de ‘La doppia ora’ mi ha lasciato tante domande. Ricollegandomi alla donna “truffatrice con un cuore” mi chiedo cosa abbia spinto Sonia a non stravolgere il suo piano per stare con Giulio. E’ questo che la distingue da Fujiko, che in fondo usa Lupin solo per trarne profitto. Ma perché Sonia decide di terminare il proprio compito se sono entrati in ballo i sentimenti? Non so. Forse avrei desiderato un happy ending. Ma se ci fosse stato, magari sarebbe apparso banale.

  2. Beh, sì sarebbe stato troppo scontato..o forse no…devo dire che sono rimasta anch’io spiazzata dal finale de La doppia ora ma, in fondo, non viviamo nel paese dei balocchi. Se si vuol rappresentare la vita vera, o darne almeno una parvenza, purtroppo questi devono essere i finali dei film…ahimé

  3. Un finale diverso avrebbe reso questi film meno interessanti? Bella domanda… Ho sempre trovato che il finale sia la parte più importante del film, quello che può farti rivalutare tutto in positivo o in negativo.
    Non ho visto “La doppia ora”, ma posso ammettere che, senza quel finale, avrei trovato “La migliore offerta” semplicemente un film “carino”, che poi mi sarei dimenticata di aver visto già dalla mattina seguente. Ovviamente, in un film costruito sull’empatia con il protagonista, è quasi impossibile non sperare sempre e comunque in un lieto fine. Ma quella svolta che in un attimo ti costringe a rileggere tutto quanto, è diventata il valore aggiunto a un film altrimenti semplicemente “nella media”.

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