Real Time nel terzo polo: vince la serialità

di Paola Brembilla

Mentre tutti erano impegnati a guardare dall’altra parte – verso La7 e Sky – Discovery Italia ce l’ha fatta: è diventato il terzo polo televisivo  per ascolti.
Il gruppo Nuova Discovery, capitanato dal CEO Marinella Soldi (come si dice, il destino in un cognome), porta a casa un 5,1% di share medio annuale, battendo Sky (4,8%) e La7+MTV (4,5%). Anche se, per dovere di cronaca, c’è sa sottolineare che siamo ancora lontani dalle quote di mercato dello storico duopolio Rai – Mediaset, che vedono uno share rispettivo del 40,4% e del 31,9%. Sempre per dovere di cronaca evidenziamo anche che il valore annuale di un punto di share si aggira intorno ai 40 milioni di Euro.

Il sorpasso ai due temutissimi competitor per il terzo polo arriva dopo l’acquisizione di Switchover Media, che con i suoi canali Giallo, Focus, Frisbee e K2 porta a Discovery un dignitoso 2% in più. La compagnia guidata da Soldi, però, ci mette certamente del suo: portabandiera di Discovery è infatti Real Time, rete factual che a suon di chef incazzati, wedding planner sui generis , improbabili maestre del bricolage e agenti immobiliari da commedia hollywoodiana si è da tempo assestata su una media del 2%. L’altro 1% ce lo mette D-Max, canale “maschile” dedicato alle “esperienze forti”, dagli sport estremi agli animali  più selvaggi passando per… gli affari.

Non si può negare che questo tipo di programmazione rientri più nella tanto amata serialità contemporanea, piuttosto che nel deprecato scenario dei reality show – che comunque, hanno sempre avuto la loro bella dose di finzione e fans. Le immagini “reali” vengono montate e confezionate secondo ritmi tipici della fiction e il “documento” diventa racconto. La struttura “narrativa” e la creazione di brand permettono sia una fruizione di tipo casuale, sia la costituzione di community di fans. E poi i macro-generi…Troppo facile dire che 24 ore al pronto soccorso è il nuovo ER o il fratello di Grey’s Anatomy. Sì, lo è, ma è anche troppo facile. Tentiamo invece un paragone con i procedural: come Grissom o Caine, sappiamo che alla fine Gordon Ramsay risolverà il caso di un ristorante o di un hotel messo male e sappiamo anche che ci farà divertire a suon di insulti gratuiti come nel miglior repertorio di Dr. House.
Drama: l’intensità drammatica ed emotiva di programmi come Sepolti in casa potrebbe essere paragonata a un drama HBO o Starz – anche per la violenza psicologica che ci viene inflitta. Per la serie “Non voglio guardare ma non riesco smettere” e per la serie “Ma io sono come loro? Ditemi che non sono come loro o che non lo diventerò mai!”- si pensi a Girls.
Sitcom? C’è. Dalla fotografia alla “apri tutto” all’accoppiata vincente stile Will & Grace: Ma come ti vesti? o Shopping Night.
La commedia familiare? Pure: Abito da sposa cercasi e Abito da sposa cercasi XXL – un po’ come dire: da Modern Family a The New Normal, passando per Arrested Development.
E poi quelle serie in cui sono tutti belli e perfetti e tu tenti di copiarli ma non ci riesci: Clio Make Up.

Insomma, è come se avessimo un canale che trasmette 24h su 24h tutte le serie che noi passiamo ore e ore a scaricare reperire. Non c’è da stupirsi che una rete simile sia diventata il nostro passatempo preferito.

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5 thoughts on “Real Time nel terzo polo: vince la serialità

  1. Real Time come una serie televisiva? Non sono d’accordo. E’ vero che si tratta di prodotti episodici (e dunque in serie), ma non scordiamoci la qualità. Le sceneggiature e gli intrecci che ci tengono attaccati allo schermo e contribuiscono all’affezione. Non mi affeziono ai protagonisti di Real Time. Certo, qualche conduttore è simpatico (ad esempio Ramsay) ma il coinvolgimento emotivo è tutt’altra cosa. Quelli di Real Time sono reality – o show – spezzettati e confezionati in piccoli pacchetti. E molto, troppo, pubblicizzati dalla stessa rete.

  2. Non sto parlando di “qualità” (che tra l’altro resta ancora tutta da definire), ma di schemi e meccanismi narrativi. E’ ovvio che dal punto di vista estetico e formale (ma anche come dici tu, della fruizione), “Il Boss delle torte” non è “Boardwalk Empire”. Ma anche lì troviamo gli intrecci, le sceneggiature, il famoso “ritorno del già noto”.
    La serialità contemporanea, a prescindere dal formato o dal genere, è fondata su questi meccanismi di base, così come è fondata su architetture scomponibili – gli show spezzettati e confezionati in piccoli pacchetti li troviamo anche nei procedural, nelle sitcom e se vogliamo nella “quality”, basti pensare alle varie estensioni transmediali come webisodes e fumetti.

  3. In effetti cosa vuol dire “di qualità”: personalmente apprezzo molto la qualità di serie come Dexter, Modern Family e altre … tenendo però in considerazione alcuni parametri (fotografia, costruzione dei personaggi, articolazione narrativa, ecc.) che PER ME sono più importanti di altri. Ma ritengo di qualità anche programmi che sono in grado di modulare realtà e finzione, reality e show in maniera tale da farmi “comprare” quello che potrei avere gratis qui, se solo lo volessi. Cambia solo il parametro (e quanto io lo ritenga importante rispetto ad altri per le scelte che faccio).

    Mi piace molto questo paragone: funziona bene dal momento che in entrambe le forme – serie tv e programmi “alla Discovery” – si possono davvero riconoscere strutture narrative (drama, sitcom, commedia) semplicemente applicate e confezionate in modi differenti, commistandosi – chi meno, chi più (e chi molto di più) – con la realtà.

    In un modo o nell’altro questo discorso mi si ricollega all’articolo di Mario sul mockumentary… Ogni volta che mi è capitato di guardare quei canali ho sempre avuto la sensazione che mi stessero vendendo in pillole qualcosa che posso (o potrei) avere e fare gratis qui, nella realtà. Da questo punto di vista è molto più complicato giostrarsi in questi tipi di racconto, o meglio credo che sia maggiore la consapevolezza necessaria a distinguere tra realtà e finzione.

  4. Già, la qualità… è un’annosa questione. Per anni si è tradotto nella linea di demarcazione fra ciò che era “arte” e ciò che non lo era, con conseguenze giuridiche e finanziarie rilevanti. Giudici che diventavano estetologi per dire che se un film era tratto da Boccaccio era arte e se lo scrivevano Age e Scarpelli invece no… e ancora oggi, se un film è di “interesse culturale” riceve un finanziamento. Ma chi lo stabilisce se una cosa è “di interesse culturale”? Ieri ho visto Django, che mi è parso di enorme interesse culturale e “Viva la libertà”, che mi è parso di bassissimo interesse culturale. Ma molti spettatori avranno pensato il contrario. Allora, è “di qualità”, ovvero “arte”, ovvero “culturale” quello che mi piace e – come dice Antonio – “mi coinvolge”? Il problema è che quello che coinvolge me non coinvolge Antonio e viceversa. Allora ci si può fronteggiare su due possibili fronti. Possiamo scontrarci e dire: “è di qualità quello che piace a me e tu sei un cretino!”, cosa che personalmente mi fa sempre venire in mente Simon del deserto di Bunuel, quando ci sono due cortei di frati, uno col papa e l’altro con l’antipapa, uno che grida “Viva l’apocatastasi!” e l’altro che risponde: “Abbasso l’apocatastasi!”. Ma nessuno sa cosa sia l’apococlastasi (neanch’io, e non mi interessa). Oppure ci si può fronteggiare sostenendo che le assiologie (i sistemi di valori) a priori hanno senso oppure no. Io sono di questa seconda idea. Se uno riesce a trovare idee e prospettive originali che lo aiutano a capire meglio se stesso e il mondo in Masterchef, allora Masterchef è arte, di qualità, di interesse culturale, esattamente come lo sono Boardwalk Empire, i film di Ermanno Olmi, la Critica della Ragion Pura e i quadri di Piero della Francesca. Altrimenti, se uno li guarda in modo passivo e ottuso, oppure semplicemente non possiede la sensibilità, gli strumenti per capirli, oppure non comprende la posta in gioco, nessuna di queste cose è di qualità. Insomma, a essere “di qualità” o meno, che vi piaccia o no, è sempre lo spettatore. Io, per esempio, sono uno spettatore di melodrammi di bassissima qualità. Perché quando c’è qualcuno che soffre per ragioni sentimentali comincio a pensare ai fatti miei e non capisco più niente. In compenso sono uno spettatore di qualità per quanto riguarda gli Action Movies o le commedie. Questione di punti di vista, tutti legittimi. L’importante è sempre evitare di dare del “cretino” a chi non è come noi (si chiama violenza simbolica), per non trasformarsi in quelli che Morin chiamava “poliziotti del gusto e doganieri della critica estetica”.

  5. Pingback: James Van Der Beek: Dawson, meme, brand | Fuori Corso

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