Vero come la finzione

di Mario Palomba

Esistono molte opere, cinematografiche e televisive, che si presentano al pubblico come “tratti da una storia vera” – quanti trailer di film horror cominciano così? Alcuni di questi fanno parte di un genere specifico che gioca proprio sul mettere in scena finte immagini vere per far passare le storie come realmente accadute: sono i Mockumentary.

Nella storia del cinema ci sono tanti esempi di questo genere. Inizialmente veniva utilizzato principalmente per parodie e sketch satirici – penso per esempio a Zelig di Woody Allen. Ma negli ultimi vent’anni ha acquisito una forte influenza anche sui generi fantascientifico e horror, proprio per la sua capacità di proiettare lo spettatore al centro dell’azione. I casi più eclatanti sono stati, sicuramente, The Blair Witch Project e, più recentemente, Cloverfield e Paranormal Activity.

Anche il mondo della televisione non si è fatto sfuggire l’occasione di sfruttare al meglio questo genere. Sebbene i primi esempi risalgano agli anni ‘80, vorrei parlarvi principalmente di due serie tv contemporanee messe in onda dalla ABC: Modern Family e The River.

Modern Family è una sit-com di grande successo, vincitrice di tre Emmy Award consecutivi per la migliore serie tv commedia (2010-2012), giunta ormai alla sua quarta stagione. Acclamata da pubblico e critica, Modern Family racconta le vicende di tre nuclei familiari collegati tra di loro attraverso legami di parentela, che decidono di raccontare le loro vite ad una troupe di documentaristi. L’aspetto comico delle situazioni in cui si trovano i protagonisti, viene nettamente amplificato dalla presenza della telecamera a mano. I personaggi, infatti, ammiccano continuamente allo spettatore, facendolo diventare non solo testimone degli avvenimenti, ma complice e compagno d’avventure.

Diverso è il caso di The River, opera di genere horror/paranormale prodotta da Steven Spielberg, che ci presenta alcuni video realizzati da una spedizione di salvataggio in Amazzonia, alla ricerca di un esploratore televisivo dato per disperso da mesi. In questa serie le riprese documentaristiche vengono utilizzate per dare a chi guarda informazioni sconosciute ai personaggi: tramite riprese notturne e grazie ai video delle camere a circuito chiuso, gli autori creano una forte tensione che pervade l’intera serie. I protagonisti, ignari di quello che gli accade attorno, non si rivolgono mai direttamente alla telecamera, escludendo lo spettatore da qualsiasi decisione. Il pubblico è qui esclusivamente testimone degli avvenimenti e non può fare nulla per aiutare o confortare i protagonisti della serie. Questo senso di impotenza è un marchio di fabbrica del regista, e sceneggiatore, Oren Peli, che ha portato in televisione la sua esperienza maturata nella realizzazione del film Paranormal Activity.

Il mockumentary si dimostra quindi un modello di narrazione trasversale, con una grande capacità di adattamento. Un tecnica che può essere applicata a generi e media diversi, ma sempre con l’importante comune denominatore: una suggestione di “verità”.

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9 thoughts on “Vero come la finzione

  1. Ma dal momento in cui la serie The River è pubblicizzata come una produzione di Spielberg e creata da Oren Peli, si può davvero considerare appartenente al genere del mockumentary?
    All’inizio del post hai citato Zelig che proprio perché è con e di Woody Allen non può essere nient’altro che un film di questo regista. E neanche per un istante un mockumentary. Presentare una serie come un’opera creata da Oren Peli, rimanda immediatamente a quel genere perché l’autore è ormai conosciuto da chiunque per Paranormal Activity. Ma, appunto, è riconosciuto come Autore. Quindi, guardando The River, non so se sia ormai possibile riavere davvero quella sensazione di “verità”.

    • Personalmente, credo che la definizione di Mockumentary rimandi, più che al tentativo di “ingannare” lo spettatore inducendolo a credere di stare guardando delle riprese di eventi reali, a un preciso insieme di caratteristiche formali ed estetiche proprie del documentario.
      Un conto è, se il prodotto viene fatto passare per reale (è il caso della campagna promozionale di The Blair Witch project) ma questo non è avvenuto per The River. Nel caso di The River, così come in Paranormal activity, nemmeno io credo si possa parlare di Mockumentary, ma è una mia visione personale: non perchè non rientrino nelle caratteristiche formali di ripresa del mockumentary, quanto piuttosto perchè quella di Oren Peli, più che un’intenzione (finto)documentaria, sembra essere la scelta di un punto di vista, quella dello spettatore designato del ruolo di testimone di fatti che – probabilmente – i protagonisti non potranno raccontare altrimenti.

    • Gabriele ha detto tutto quello che ti avrei voluto dire io..
      “Zelig” se tu lo vedi senza conoscere Woody Allen, come potresti dire che è un fake? Lo stesso dicasi per “The River”, “Paranormal Activity” e “Cloverfield”.. se tu non sapessi di cosa si tratta e chi li ha realizzati, saresti in grado di distinguere la finzione dalla realtà?
      alla fine è tutto un patto tacito con lo spettatore: io autore ti mostro una storia come fosse vera, tu spettatore chiudi un occhio su alcune evidenti incongruenze (tipo la pubblicità) ed io ti intrattengo con un nuovo modo di raccontare le storie.. quindi il mockumentary, come detto da Gabriele, non fa altro che “ampliare le capacità narrative di un racconto”, soprattutto in alcuni generi (horror in primis) che ne guadagnano in realisticità e tensione.

  2. Bell’articolo. Già dal titolo sono stato catturato, perché rinvia ad un film che amo. Il Mockumentary è una pratica interessante, spesso usata per creare curiosità e mistero sul prodotto. Se penso a The Blair Witch Project mi viene in mente che all’epoca alcuni spettatori non erano del tutto convinti che si trattasse di finzione. Oggi il pubblico, per fortuna, è meno ingenuo.

    • Eh la citazione al film era troppo intrigante per non farla..
      Riguardo a TBWP, ovviamente fu una mossa pubblicitaria quella di insinuare che la storia avesse una base di realtà, anche su alcuni filmati.
      Tu parli d’ingenuità di pubblico, ma io penso che sia solo un modo per vivere in maniera più intensa un’esperienza orrorifica.. è ovvio che certi film sono pura finzione, ma basta un piccolo dubbio e la paura viene amplificata esponenzialmente..

  3. Capisco quello che vuol dire Roberta… anche se significherebbe che non esiste un mockumentary in assoluto: finché non hai nessun dato precedente alla visione che ti dica che quello che vedi è finzione… guardando un mockumentary, quello è un documentario. Se io non sapessi chi è Woody Allen e che non esistono casi di persone in grado di tramutarsi in altri, prenderei Zelig per un documentario. Lo stesso vale per qualsiasi prodotto in realtà.

    Che sia Woody Allen, Oren Peli, o l’implausibilità di una ripresa in grado di seguire tutti i momenti narrativamente utili a far ridere di tre famiglie… è sempre davvero interessante il tacito accordo che si stipula con lo spettatore. Non cambia lo scopo: ampliare le capacità narrative di un racconto.

    Mannaggia m’hai anticipato l’articolo! Ne ho appena scritto uno anch’io su Modern Family, anche se parlando di un altro aspetto. Comunque è davvero molto interessante questa tendenza… non al reale, ma in un certo senso ad ampliare le potenzialità del racconto “tramite il reale”.

    • mi hai letto nel pensiero.. concordo su tutto..
      per quanto riguarda l’articolo su Modern Family, io non ho detto praticamente nulla, mi sono concentrato solo sugli ammiccamenti allo spettatore.. quindi puoi sbizzarrirti tranquillamente 😉

      • weee Grazie 🙂 Anche per me comunque solo uno spunto. Sono abbastanza convinto che sia una di quelle serie Capitali… per vari motivi!

        Al contrario The river, che comunque mi ha fatto pensare parecchio – ps grazie ancora per la news – e sono sempre più convinto che il suo problema sia stato violare (o osare troppo) quel patto tipico del mockumentary di cui dicevamo.
        Uno dei caratteri del genere è infatti dare una “spiegazione”, motivare la presenza in campo della MDP. In Modern Family c’è sin dall’inizio, oltretutto sottintesa: l’analisi sociologica della famiglia… il reality… non c’è bisogno che ce lo dica nessuno.
        The river si spinge troppo a sottolineare l’intento documentaristico: è come se ad ogni episodio si dovessero giustificare – “qui c’è la telecamera che riprende perché…”. A un certo punto diventa molto più plausibile lo spirito della Boiuna che il fatto che si stia girando un documentario!

        Speriamo che l’idea della Boiuna e della “magia amazzonica” vengano riusate presto da qualche altro bel film/serie!!!

  4. Pingback: Modern Family: quando “cultura bassa” e “cultura alta” provano a dialogare | Fuori Corso

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