Lo specchio nero della serialità

di Beatrice Lorenzini

Mentre stavo cercando un modo di articolare degnamente l’incipit di questo post, ho letto la triste notizia della cancellazione dai palinsesti della ABC della sitcom Don’t trust the b—- in Apartment 23, il cui effetto immediato è stata l’interruzione della messa in onda della seconda stagione in corso. Dopo aver osservato un minuto di silenzio per l’ennesima serie brillante cancellata per un calo di ascolti, mi è tornato in mente il promo che me la fece conoscere.

Il motivo per cui mi sto dilungando in questo epitaffio malinconico è racchiuso proprio negli ultimi secondi di quel promo.

Sì, perchè quell’unica frase pronunciata da Bryan Cranston, protagonista della serie targata AMC Breaking Bad, in cui ha recitato anche Krysten Ritter, la s— dell’appartamento 23, è emblematica per inquadrare una tendenza assunta sempre più frequentemente dalla serialità televisiva degli ultimi anni: l’autoreferenzialità. Cranston non interpreta alcuna parte in Don’t Trust The B—- in Apartment 23, ma nel promo la sua frase è chiaramente riferita al personaggio interpretato dalla Ritter in Breaking Bad.

Negli ultimi tempi la serialità televisiva sembra averci preso gusto a fornire rimandi, sempre più espliciti, a se stessa. Al di là del già citato Don’t Trust The B—- in Apartment 23, in cui James Van Der Beek interpreta il ruolo di se stesso in qualità di attore reso celebre da Dawson’s Creek, la lista delle serie da elencare sarebbe molto lunga, da Episodes a 30 Rock.

In questo frangente, non possiamo non sentire un vago moto d’orgoglio nel pensare che, almeno stavolta, anche la serialità italiana è riuscita a stare al passo. La serie Boris, andata in onda su Fox Italia tra il 2007 e il 2010, articolata in tre stagioni e un lungometraggio, racconta infatti i retroscena della creazione di una fiction italiana, anche se sarebbe più corretto dire de La fiction italiana. Al grido di “un’altra televisione è possibile”, Boris ci mostra un’esilarante spaccato satirico della televisione italiana, pur facendone parte a tutti gli effetti.

Sempre in ambito europeo, colui che sembra aver impugnato questa tendenza, usandola davvero come arma efficacissima, è Charlie Brooker. Poliedrico autore britannico e cofondatore della Zeppotron, Charlie Brooker nel 2008 ha un’idea brillante: unire lo scenario televisivo del Big Brother alla tradizione narrativa del filone sugli zombie. Il risultato? Dead Set.

Dead Set è una miniserie in cinque episodi che racconta la lotta per la sopravvivenza dei finalisti del grande fratello contro gli zombie. Detta così potrà sembrare una goliardata, se non fosse che oltre a citare l’epopea romeriana sui morti viventi, Brooker ne sostituisce alcuni elementi, restituendoci però la metafora intatta. Quell’orda di zombies che in Dawn of the Dead (1978) prendeva d’assalto un centro commerciale, simboleggiando il consumismo sfrenato che Romero attaccava, in Dead Set assalta la casa del Big Brother, che, come non mancano di dire i personaggi, “Era come un tempio per loro”. Brooker quindi non solo parodizza il mondo televisivo dei reality show, vero simbolo dell’immaginario d’inizio millennio, ma ne attacca ferocemente anche il pubblico. Ad ogni modo, la cosa forse più interessante di Dead Set sta proprio nella capacità di autoironia di Endemol, la casa produttrice del Grande Fratello, di cui la Zeppotron fa parte.

Sull’onda del successo di Dead Set, Brooker riparte alla carica tre anni dopo, con la miniserie in tre puntate Black Mirror, in uscita a breve con una seconda stagione.
Black Mirror si inserisce alla perfezione in quella corrente tele-cinematografica di inizio millennio inaugurata da The Ring e caratterizzata dall’assoluta predominanza sulla scena di dispositivi tecnologici in chiave drammatica. Black Mirror è l’apoteosi della tecnofobia.

Nel giro di tre episodi, Brooker porta alle estreme conseguenze il regime di pervasività dei media che caratterizza la nostra epoca, mettendo in scena tutti i vizi della società televisiva contemporanea: necessità di apparire, azzeramento della privacy fino ad arrivare alla sempre più imperante pornografia del dolore. Lo specchio nero del titolo, è infatti lo schermo del televisore, del computer, dello smartphone. Specchio nero in cui si identificano questi dispositivi, ma in cui soprattutto ci specchiamo tutti noi.

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6 thoughts on “Lo specchio nero della serialità

  1. Lo spot con il cameo di Bryan Cranston alla fine è spassosissimo. Grazie Beatrice di avermi proposto una dose (anche se piccola, ma di sicura qualità) di Bryan Cranston. D’altra parte devo confessare che sono molto parziale quando si tratta di questo attore: ogni volta che lo vedo, mi emoziono, comincio a parlare ad alta voce dicendo: “Ma quanto diavolo è bravo Bryan Cranston?” seguito da improperi vari che enfatizzano l’affermazione. Poi mi vien sempre tanta voglia di cucinare….con questa musica in sottofondo: http://www.youtube.com/watch?v=R0HBd_fjfbY

  2. L’articolo è molto interessante e una domanda mi sorge spontanea: queste opere che criticano la società culturale e televisiva, anticipate anche da film del cinema classico (tipo “L’angelo sterminatore” o “Quarto potere”), smuovono davvero qualcosa nella società oppure vengono irrimediabilmente risucchiate loro stesse nel calderone culturale? magari col tempo acquisteranno lo status di opere “cult”, ma quanto del loro messaggio verrà portato avanti?

    Il cameo di Cranston è spettacolare e raggelante al tempo stesso!! Mentre “Dead Set” sarà da recuperare al più presto, grazie per la segnalazione!

    • Chissà, è una domanda interessante 🙂
      Personalmente ho l’impressione che sia il secondo caso di quelli che hai menzionato, ovvero che vengano risucchiate dentro al calderone culturale. Alla fine, sono opere che cercano di farsi interpreti di un periodo, di una tendenza, di un aspetto della società, finendo quindi inevitabilmente per far parte di quella stessa cultura (dead set in questo caso è emblematico, secondo me, proprio perchè realizzato dalla stessa Endemol, una sorta di strizzatina d’occhio ai detrattori del grande fratello come a dire “ehi, guardate, anche noi pensiamo che sia una buffonata!” – e il risultato è quello di abbracciare ancora più pubblico)
      Io credo anche che la questione sia molto paradossale, non ci piace sentirci dire che siamo dei voyeur, che quando vediamo un incidente per la strada, la prima cosa che facciamo è cercare con lo sguardo il sangue per terra (ok, è un esempio estremo, ma tant’è.) ma è precisamente quello che facciamo: a noi piace la piega che sta prendendo questo tipo di cultura, non vogliamo ammetterlo e quando escono prodotti come quelli di Brooker siamo – io per prima – così compiaciuti di vedere che qualcuno disassembli pubblicamente quello che amiamo guardare – e criticare – !

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