Il diavolo veste Ken Loach – Seconda Parte

di Giacomo Manzoli
(prima parte qui)

Dunque, se perfino persone che adorano il consumo in tutte le sue forme e apprezzano la varietà creativa e l’esplorazione identitaria che si realizza attraverso l’interpretazione e il gioco di maschere, apparentemente frivolo, di fenomeni come la moda, l’arredamento, il design, l’alta cucina e così via, se perfino soggetti così poco predisposti sono sempre più insofferenti verso queste apologie del consumo fine a se stesso (chiamiamolo “consumismo decadente”), allora il clima è ideale per il cinema di Ken Loach.

E, infatti, La parte degli angeli non delude le aspettative. E’ un film visivamente sporco, poco definito, parrebbe girato in 16 millimetri come un vecchio film di Rohmer, ma è più probabile che sia un digitale da poco, una scelta gestaltica che serve a far corrispondere forma e contenuto e collocarsi agli antipodi dello Hobbit e di tutto ciò che rappresenta.

Il protagonista è magro come un chiodo, basso, con una cicatrice che gli deturpa il volto, e indossa per lo più tute da ginnastica. Quelli che gli stanno attorno sono tutta gente a un passo dalla galera. L’anarchico indolente, lo stupido irredimibile, la nevrotica cleptomane. Casi umani, casi disperati, che possono però venir fuori dalla palude dell’esclusione grazie a un “little help from their friends” e a un qualche stratagemma ingegnoso.
Tutto molto classico e molto noto, lo schema che Full Monthy e vari Frears avevano proposto nella chiave più accattivante ma che in realtà proprio Loach aveva contribuito a costruire, con commedie durissime ma irresistibili come Riff-Raff o Piovono Pietre.

Questo film segue la stessa rotta, con una prima parte di discesa agli inferi e una seconda, palingenetica, di risalita, con una grande capacità di alternare toni e registri, un onestissimo rifiuto di mettere in scena un mondo polarizzato fra buoni e cattivi, preferendo sempre il dispiegamento di un catalogo di diverse forme di alienazione, nelle quali ciascun soggetto ha le sue buone ragioni, osservando le cose dal proprio punto di vista ma è il sistema nel suo insieme ad essere sbagliato.
Allora, a rendere interessantissimo e al contempo ambivalente il film, sono alcuni fattori che mi limito a enunciare, lasciando a ciascuno la sua idea in materia.

1) Per chi è fatto questo film? Ovvero: si deve dar atto a Loach di andare almeno incontro ai supposti gusti del pubblico della working class, incoraggiando forme di riflessività attraverso l’alleggerimento, i riferimenti bassi, il rifiuto di qualunque forma di autocompiacimento. Però io questo film l’ho visto in una sala che si chiama Roma d’Essai, nel pieno centro di Bologna, e il pubblico dava l’idea di essere piuttosto omogeneo, sia anagraficamente sia dal punto di vista della stratificazione sociale. Può darsi che si tratti di una sola delle forme specifiche di fruizione del film, quella in sala, certamente privilegiata da un certo tipo di pubblico, facoltoso e altoborghese, ma la sensazione è che, comunque, sia difficile immaginare un “sottoproletario” britannico che passa una serata in compagnia di questo film. Non voglio avanzare giudizi, ma proporre un tema, connesso evidentemente ai punti che seguono.

2) Il film è ambientato fra degustatori di uno dei prodotti DOC più celebri del paese (Scozia): il whiskey. Tipi diversi di torba, aromi, riconoscimento, invecchiamento, consistenza, visita alle distillerie, ovvero turismo enogastronomico. Peraltro si tratta di uno dei pochi settori industriali che hanno ancora un senso e nel quale il protagonista può sperare di trovare lavoro. Qui, infatti, esplode l’ambivalenza. A Loach, chiaramente, il whiskey piace. Non sappiamo se gli piaccia sotto il profilo organolettico, ma certamente gli piace il suo aspetto “folk”, il suo essere un prodotto storicamente radicato nell’identità scozzese e la sua vocazione socializzante. Ma Loach è un uomo troppo acuto per non vedere quanto l’elemento “folk” delle tradizioni sia ormai una sovrastruttura, una baracconata venduta dall’industria culturale per incoraggiare un certo tipo di consumo e produrre valore simbolico, valore aggiunto. Il castello di Edimburgo è quello dei biscotti, il kilt è una mascherata con cui si rischiano gli zebedei, tutto l’apparato dei sommelier e dei collezionisti è costantemente contrappuntato da allusioni alla natura masturbatoria di tali pratiche di degustazione elevata, elitaria, distintiva, sostanzialmente disprezzabili. Dall’altro lato, però, c’è un elemento del film che inclina pericolosamente verso il “product placement”, e – alla fine – Loach sembra dire: “Se a un certo punto i miei sottoproletari trovano lavoro in questo campo, chi sono io per disprezzarlo?”.

3) Pertanto, possiamo dire che questo film si colloca a metà strada fra la critica divertita alla superfetazione del gusto che trova la sua esaltazione industriale e culturale in fenomeni come Eataly, Gambero Rosso e gli innumerevoli cooking shows (ma perché la Parodi deve avere un pubblico in studio che annuisce e applaude?) e l’esaltazione di questa stessa tipologia di consumo alimentare e dei valori che questa promulga, da Slow Food a Terra Madre. Non perché Loach ci creda, tutt’altro, e la sua verace vena popolare, quella che adora Cantona, gli suggerisce di ammettere che sono tutte idiozie da ricchi, sazi e disperati. No, il problema di Loach, la sua impasse, è nel fatto che il suo stesso film, per un automatismo legato a concetti brutali come quelli di target, marketing, categorie merceologiche e così via, si situa esattamente nella stessa posizione: è un whiskey da collezionisti (non troppo esigenti, ma DOP, questo sì) ed è venduto e consumato negli stessi luoghi e agli stessi soggetti ai quali sono destinati il pane di Altamura, la pasta Cocco, le marmellate Chiaverini, il Mercato della Terra e tutto il resto. Come ogni prodotto di nicchia che acquisisce valore grazie alla sua rarità e alla sua (supposta) autenticità, la classe lavoratrice di Loach si vende discretamente a un pubblico altoborghese e ben istruito, in cerca di conferme sulla riconoscibilità materiale di un universo sempre più virtualizzato, inorganico e wired. Infatti, esattamente come in un apologo narrato da Mario Perniola nel suo libro contro la comunicazione, se tre bottiglie di whiskey valgono 100, una volta che due sono andate perdute o cedute gratuitamente all’angelo, la bottiglia rimanente finisce per valere ancora, più o meno, quanto le tre da cui si era partiti. Il che, secondo Perniola e lo stesso Loach, è un meccanismo tipico dell’arte qualitativa che resiste alla massificazione puramente quantitativa che caratterizzerebbe l’epoca della comunicazione. Peccato che tutto questo funzioni solo se le tre bottiglie (o i tre quadri) in questione sono stati efficacemente comunicati da qualcuno che possiede – per titolo o fama – l’auctoritas per convertire un fattore puramente soggettivo in un dato di realtà (autenticazione), secondo procedure notarili e simboliche ben codificate.

In tutto questo, alla fine, i più consapevoli del processo di paradossi che abbiamo cercato di descrivere paiono essere gli attori “presi dalla strada”. In particolare, il protagonista Paul Brannighan recita sempre un gradino sopra le righe, regalando momenti corrucciati di particolare intensità “attoriale” (la sua “magnum” e la sua “blue steel”) che gli valgono, al passaggio successivo, un ruolo a fianco di Scarlett Johansson (!) nel nuovo film – supponiamo – patinatissimo di Jonathan Glazer. Niente di male, per carità, ma un talento attoriale che si avvia a ricevere i meritati riconoscimenti. Contemporaneamente, si tratta forse di un’ennesima prova del fatto che la working class, con tutto il suo corollario di subculture urbane e giovanili, è sempre più un fatto di messa in scena e un modo di apparire più che di essere. Il che non ha niente a che vedere col fatto, ovvio quanto drammaticamente vero, che i poveri esistono eccome e crescono a vista d’occhio.

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One thought on “Il diavolo veste Ken Loach – Seconda Parte

  1. quanto al punto 1 ho sempre pensato, prima e dopo la presa in carico di un cinema e conseguente necessità di selezione del titolo da proporre in base ad una sorta di “supposto pubblico della mia sala”, che un certo tipo di film piacesse in modo particolare alla categoria: sciura di mezza età alto borghese se non addirittura aristocratica. E questi film sono proprio quelli di Loach o sulla falsariga (Twin Town, 7/24, Miss Tatcher e via discorrendo fino all’apprezzabile-ma-codificatissimo Billy Elliott).
    Credo che in questa categoria di spettatori (sciure e sciuretti, senza escludere gli studenti-post-apocalittici che devono vedere qualsiasi cosa passi come d’essai, anche in modo acritico e senza selezione) scattino due fattori: il primo è la sindrome-da-zoo (andiamo a vedere il povero sullo schermo e le sue disgrazie). Il secondo è la sindrome-della-crocerossina-da-salotto (parliamo del povero e delle sue disgrazie…ma parliamone solo).

    sugli altri punti acconsento. però preferisco una marchetta evidente come Sideways a titoli che si nascondono dietro qualcosa che non è.

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