Il diavolo veste Ken Loach

di Giacomo Manzoli

“Il buio del postmoderno”, recita il titolo dell’ennesimo libricino di Bauman che racchiude una sua conferenza di 10 minuti, viene venduto a 5 euro di fianco al bestseller della Littizzetto e vede il suo autore definito nella quarta di copertina come “un grande sociologo, anzi IL sociologo”.
Invece il postmoderno è pieno di luce. Almeno quanto il grande appartamento sulla Quinta Strada che devono comprare la protagonista del primo Sex & the City – the Movie e il suo eterno fidanzato che infatti, sulla soglia della pensione, si è rotto le scatole di essere chiamato fidanzato ma non muore neanche dalla voglia di sposare la bionda, se è vero che tira dritto invece di fermarsi al proprio matrimonio.

Il punto è che rivedendo il film ho avuto la fatidica illuminazione e mi sono reso finalmente conto di cosa mi ha sempre lasciato perplesso nel celebre serial sulle quattro aitanti newyorkesi, un serial di cui pure riconosco l’originalità, l’importanza e di cui ho perfino seguito le prime due annate con un certo entusiasmo.
Come il protagonista di Alta Fedeltà, a un certo punto, quasi all’improvviso, ho capito una cosa molto semplice e mi sono chiesto perché – per tanto tempo – non fossi stato capace di vedere questa lapalissiana verità. Le protagoniste di Sex & the City sono quattro povere “stronze”.

Per chi – come il sottoscritto – si occupa di forme spesso deleterie di consumo culturale e di cultura popolare in genere, il fatto che le quattro siano superficiali, che parlino di sesso, di cocktail, di scarpe, vestiti, vacanze, cuscini, ristoranti, appartamenti e tutte le altre frivolezze del consumo fine a se stesso, è motivo di interesse e di simpatia. Il punto è un altro. Il punto è che – nelle ultime annate del serial come nel film – non c’è altro, non c’è assolutamente nient’altro. Così, l’universo più simile a quello che il film mette in scena è un universo consumistico – lo diciamo a ragion veduta – perfettamente sferico, autosufficiente, auto-appagato e autocompiaciuto, chiuso completamente in se stesso, che si incastra nella più vasta, varia e vitale metropoli del mondo, ma è provinciale e fluttua come una delle bolle di The Prisoner, come quello del povero Truman nel film di Peter Weir.

Dannazione, quella è New York. La città con i maggiori contrasti dell’universo. La città delle Twin Towers, la città di Harlem, la città di Rudolph Giuliani, la città si Spike Lee e Martin Scorsese, di Taxi Driver, di Fa’ la cosa giusta e di La 25° ora, di Spiderman e di Woody Allen, e quelle quattro stronze, dal principio alla fine, non riescono a immaginare assolutamente nient’altro che scarpe, addominali scolpiti, un vestito diverso a ogni inquadratura, cuscini da trecento dollari, e tutto l’apparato di banalità sentimentali che avrebbero fatto impallidire di imbarazzo la Maria Antonietta di Sofia Coppola, facendola apparire come un gigante del pensiero, una Rita Levi Montalcini ante litteram.

Il fatto è che tutti questi oggetti, nel sistema ideologico messo in scena con artificioso entusiasmo dal film, sono totalmente autoreferenziali e tutto pare costruito per dar ragione alle teorie mortuarie di Baudrillard. Alle quattro beote questi oggetti interessano proprio in quanto tali, slegati da qualunque ordine simbolico, da qualunque idea di appartenenza, di riconoscimento, di rivincita sociale, perfino di affermazione di sé attraverso il valore di scambio: visitando l’appartamento luminoso, l’agente del real estate dichiara “costa molto di più di quanto volevate spendere”. Quanto? Il doppio? Il triplo? E’ un attico clamoroso e gigantesco al posto di un piccolo bilocale buio, ma Mister Big non batte ciglio e decide di pagare, con una noncuranza preoccupante. E, infatti, uno stacco dopo, Sarah Jessica Parker commenta con le amiche la facilità con cui il proprio partner ha liquidato un appartamento sulla Fifth Avenue con lo stesso divertito stupore con cui, al primo appuntamento, si commenta l’automobile del ragazzo che ti è venuto a prendere. Questa quasi cinquantenne riflessiva, insomma, non ha idea del valore degli oggetti, non sa quanto guadagni e quale disponibilità economica possieda l’uomo che conosce da dieci anni e – sulla soglia del matrimonio – non ha il minimo interesse a capire da dove derivi una tale esuberanza finanziaria da parte di un editore. Speculerà sulla borsa thailandese? Commercia in mine antiuomo? E’ socio di un’azienda cinese che fabbrica giocattoli tossici? Indifferente. Per Sarah Jessica Parker e le sue amiche, un dollaro e un milione sono la stessa cosa. Come diceva Elio in una celebre e geniale canzone: “Cosa sono i milioni se in cambio ti danno le scarpe?”.

Cosa c’entra tutto questo con Ken Loach? C’entra. Serve a descrivere un mood, uno stato d’animo diffuso, una sensibilità da tempi di crisi che indica con quanta simpatia ci si possa accostare a un film che parla di un quartetto di sottoproletari scozzesi che cerca un modo per sbarcare il lunario e trovare una via d’uscita a un pasoliniano destino tragico che li attenderebbe per discutibile privilegio di classe.
Ma il film di Loach è tanto piacevole quanto ambivalente, come cercheremo di spiegare nella prossima puntata.

(to be continued)

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9 thoughts on “Il diavolo veste Ken Loach

  1. In attesa di leggere il resto condivido le tue considerazioni. E lo dico avendo molto amato la serie, vista tutta d’un fiato quando ormai era già terminata. Però hai pienamente ragione: sono 4 stronze e sono invecchiate molto male. A differenza di altre serie degli anni 90, ER per esempio, S&tC rivisto oggi è davvero datato, ha retto malissimo il passare degli anni. Proprio come le sue protagoniste, che nel passaggio al cinema sono già oltre il limite massimo per fare le single sgarzoline e sarebbe meglio che iniziassero a comprare meno scarpe e a metter via due soldi per pagare la badante che dovranno assumere di lì a poco. E non sono nemmeno convinta di quello che molti sostengono, cioè che sia la prima serie che mette in scena donne forti, autonome, single etc. Ma solo io ho visto il Mary Tyler Moore Show? Erano gli anni 70 e quella cosa lì la faceva molto bene, quando in realtà in S&tC il fine ultimo per tutte le protagoniste è comunque sempre quello di accasarsi e, come tu dimostri, farsi mantenere da un uomo ricco. Sogno condivisibile, per carità, ma non raccontiamoci la favola della visione innovativa e della serie al passo coi tempi…

  2. Concordo, SATC è tutto fuorché una serie al passo coi tempi – lo dimostra anche il fatto, appunto, che non sia riuscita a invecchiare (bene) né con le sue protagoniste, né con il suo pubblico.
    Quanto all’innovazione, trovo sia meglio parlare di “liberalizzazione”. HBO ha “liberalizzato” certi contenuti grazie all’assenza di regolamentazioni, ma la vera innovazione si ha con la sfida alle restrizioni. Magari storiche e istituzionali, come nel caso che hai citato di Mary Tyler Moore (che anch’io adoro!)

    Detto questo, però, non mi sono mai persa una replica di SATC!

  3. Beh la New York di Sex and the City è, diversamente dalle varie New York raccontate in tanti altri film, una megalopoli mostrata in superficie e con superficialità, il che la rende adatta alle silhouette stilizzate delle sue abitanti protagoniste. I grattacieli appaiono sinuosi e fascianti quanto i tubini costosissimi delle “4 povere stronze”, ma al loro interno non c’è mai nulla o quasi. E lo stesso effetto è prodotto da tutti i luoghi della città, sfruttati come sfondi disegnati e con i quali non sussiste mai uno scambio reale e “tridimensionale”. Tuttavia questo non è, a parer mio, un difetto, ma solo una maniera diversa di mostrare l’aspetto esteriore e puramente decorativo dell’esistenza, aspetto costituito solo da immagini bidimensionali e patinate. Le scarpe, i vestiti, i cuscini, ma anche i fidanzati, gli impieghi e gli eventi sociali, non sono simboli, ma repliche scomode delle immagini sponsorizzate dalle riviste, che le protagoniste religiosamente venerano come fosse la bibbia (e lo ammettono anche). In un noto episodio Carrie indossa un abito di Dior stampato come fosse un quotidiano. Carrie non legge il giornale, ma lo indossa. E questo la dice lunga sull’uso che, nel serial e nei film, si fa degli oggetti. Oggetti che hanno perso il loro valore d’uso per adottarne un altro, esplicitamente estetico e privo di ogni referente. Ecco perchè il danaro, in tale scenario, ha un valore inquantificabile: non sono i soldi ad attribuire il valore degli oggetti, ma sono gli oggetti e la loro presenza mediatica a dare valore al danaro, un valore perennemente fluttuante.

  4. Condivido la parte sull’architettura newyorkese, ma sul valore d’uso stai facendo un po’ di confusione. Il denaro è classicamente la misura del valore di scambio di un determinato oggetto-merce. Ora, non credo sia mai esistita società umana in cui gli oggetti sono stati valutati unicamente in base al loro valore d’uso. Il valore di scambio, ovvero la cifra scritta sul cartellino, definisce un valore simbolico, un potenziale sociale degli oggetti in questione. Il problema, casomai, è che quelle idiote assumono le scarpe di Manolo Blahnik per il loro valore d’uso. Il paradosso è proprio nel loro svuotare di significato tutto il carico simbolico che solo giustifica il costo paradossale di quegli oggetti, dunque producono un cortocircuito surreale. Come se uno facesse colazione col caviale invece che con i fiocchi d’avena, senza rendersi conto del fatto che costa 5000 euro al chilo…

  5. Pingback: Il diavolo veste Ken Loach – Seconda Parte | Fuori Corso

  6. Beh sì, non intendevo dire che in altri tempi o in altri luoghi il costo dei beni dipendesse solo dal loro valore d’uso (ovviamente non è così), il valore d’uso convive da sempre con un valore altro, quello che tu definisci potenziale sociale. Ora, il paradosso di Sex and the City, che tu intepreti come un’assunzione degli oggetti proprio per il loro valore d’uso (cancellando di colpo e senza umiltà il loro esoso prezzo), secondo me va visto da un’altra prospettiva. Le 4 tardone acquistano oggetti costosi non per vantare una certa ricchezza economica o status sociale, ma nemmeno per utilizzare quegli oggetti esclusivamente per il loro valore d’uso.
    Quello che mi sembra è che tali oggetti subiscono una trasformazione significativa nel momento in cui vengono acquistati dalle protagoniste. Le Manolo ad esempio, quando vengono acquistate non sono più solo scarpe, ma feticci. Tant’è vero che Carrie le colleziona e, qualche volta, nemmeno le indossa, preferendo rimirarsele all’interno del suo appartamento e quindi nel suo spazio privato. Gli abiti da lei acquistati non sono, per altro, sempre e solo appartenenti a grandi griffe, talvolta gli oggetti comprati sono chincaglierie da mercatino che lei sfrutta diversamente da ciò per cui sono state create, facendone un uso nuovo e bizzarro. Il tutù che indossa nella sigla, e che che conserva gelosamente, è poco più che un cencio da due lire, eppure resta il suo capo preferito. Allo stesso modo una tuta da lavoro può diventare una mise da sfoggiare per le strade di New York come fosse un capo d’alta moda. Il punto allora non è tanto il costo degli oggetti e il relativo disinteresse mostrato, ma il valore d’uso snaturato che attribuisce loro un nuovo potenziale sociale. Potenziale che non si basa più sull’unicità, l’originalità e l’inaccessibilità, ma sull’utilizzo personale capace di ridefinire l’oggetto stesso. E anche questo, mi sembra, ha a che fare con l’architettura bidimensionale e puramente decorativa presentata in Sex and the City.
    Non so se sono riuscita a spiegarmi in modo chiaro.

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