Open. Lo sport e la cultura – Seconda Parte

di Giacomo Manzoli

Prima parte qui

Contrariamente a quanto si crede, lo sport è un fenomeno praticato nell’antichità – solo da certe popolazioni e a determinate condizioni – che nella forma istituzionale in cui lo concepiamo oggi riappare solo nel corso dell’Ottocento, come fenomeno collaterale alle modificazioni degli stili di vita introdotti dalla rivoluzione industriale. Da allora, lo sport diventa fenomeno diffuso e profondamente ambivalente. Forma di profilassi sanitaria e fonte di ispirazioni eugenetiche. Sublimazione degli impulsi bellici e propedeutica alla guerra; strumento di emancipazione e di sottomissione, ovvero pratica utile al disciplinamento dei corpi e delle coscienze. Ugualmente, può diventare fattore unificante in termini interclassisti o servire a marcare le differenze di classe, perfino etniche in qualche caso. Lo sport può diventare strumento di propaganda e di ribellione, e tutto il ‘900 è segnato da momenti emblematici in un senso e nell’altro, dal pugno chiuso dei velocisti afroamericani sul podio di Città del Messico ai dittatori argentini che festeggiano assieme a Mario Kempes e compagni la vittoria del mondiale a Buenos Aires appena dieci anni più tardi. La bibliografia, in questo senso, è sterminata.
Può sembrare pazzesco che a quasi ottant’anni di distanza dalle Olimpiadi in cui Hitler costruisce il più straordinario omaggio propagandistico al potere golobalizzante dello spettacolo sportivo – affidando il film dei Giochi a Leni Riefenstahl – ci sia qualcuno che ancora parla del fatto che lo sport sta “diventando” spettacolo. Beh, lo sport è diventato spettacolo già ad Atene cinque secoli prima di Cristo. Lo sport diventa uno spettacolo nel momento in cui qualcuno che non è direttamente coinvolto nel gioco decide di fermarsi lì a guardare. E naturalmente lo è tanto più quanto più sono numerosi quelli che si fermano. Ma, poiché sono ormai due secoli che gli interessati sono parecchie centinaia di milioni, possiamo dire che la natura spettacolare del gioco dovrebbe essere conclamata. Allo stesso modo, lo sport diventa business nel momento in cui qualcuno decide di recintare il campo da gioco e stabilire un prezzo per vedere quello che accade all’interno, constatato il fatto che la gente che si era fermata a guardare era così interessata da ritenere sensato l’investimento di una certa cifra per continuare a seguire quello “spettacolo” (e/o storia?). Allora, il titolo Open allude alla celebre querelle che per decenni ha riguardato diversi sport, e il tennis e il rugby fra gli ultimi. Ovvero: uno sportivo deve essere pagato per le sue prestazioni? Ma se uno è pagato, allora, non è più sport ma è un lavoro. E se si tratta di un lavoro, allora, si può decidere di giocare per il miglior offerente, assumere un atteggiamento routinario, mettersi d’accordo per spartirsi i compensi, scommettere a favore o contro se stessi, con tutto quello che ne consegue. Oppure, persino, truccare le gare o il proprio corpo per ottenere il risultato e gli introiti sperati.

Ebbene, l’epoca open (i tornei “open” erano appunto i primi aperti ai professionisti) si afferma, prima nel calcio (sport proletario per definizione), poi nel ciclismo e in tutti gli altri, perché l’idea dello sport come “puro divertimento” era semplicemente falsa, ipocrita, classista. Per fare sport, insomma, si doveva in partenza essere ricchi. Ma anche così, nel momento in cui il talento sportivo era una fonte potenziale di guadagni, ecco fioccare il doping (già a fine Ottocento era una pratica diffusa!!!), le scommesse, le gare truccate e tutto il resto.
Senza contare un fattore determinante: i limiti alla commerciabilità dello sport (con tutti i problemi che come detto questo comporta) sono sempre stati imposti non da idealisti che tenevano a conservarne l’originario “disinteresse” ma da chi mirava a sfruttare in chiave politica il potenziale sociale degli avvenimenti sportivi. E’ quanto è accaduto, per esempio, in Italia con il calcio, testimoniato da numerosissimi studi accademici e servizi giornalistici. Paradossali resistenze a fare del calcio un bello spettacolo, uno show-business avanzato (con stadi piacevoli dentro a centri commerciali accoglienti, posti a sedere numerati, orari differenziati per sfruttarne al meglio la commerciabilità televisiva, scommesse efficienti e trasparenti e così via) hanno reso il campionato italiano uno dei più noiosi e corrotti al mondo, come testimoniano le infinite e cicliche indagini della giustizia sportiva e ordinaria, che raccontano di sistemi di scommesse clandestine, infiltrazioni della criminalità organizzata e tutto il resto, a cominciare da quella incredibile “spendibilità” del calcio in chiave politica di cui il Milan berlusconiano è solo l’ultimo esempio (ma un esempio che risale agli anni Ottanta, preceduto da un’infinità di casi assimilabili nel corso di tutto il secolo – con Mussolini e i gerarchi fascisti capaci di far vincere città improponibili o la grande azienda automobilistica che utilizza la Juventus o la Ferrari come emblema o testimonial della propria efficienza industriale e del proprio peso politico, appunto).

A fronte di tutto questo, forse, si potrebbe smettere di stupirsi se lo sport è spettacolo e business e – anzi – provare a considerarlo un fatto di cultura proprio per questo. Spettacolo e business, del resto, non sono parolacce, ma designano, in ultima analisi, il potenziale sociale, la carica simbolica di qualcosa e il valore che ad essa è possibile attribuire.

Dunque: quali sport e quali sportivi ci piacciono? E perché?

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