Era il 1968.

di Claudio Marra

Lo ammetto. Da quando la mia carriera di promettente stella del calcio (ero un accanito, e dunque quasi patetico, dribblatore…) fu stroncato da una poderosa impuntata, con conseguente frattura del piede, procurata nel consueto tre contro tre pomeridiano a “porta romana” (si diceva così, ma ancora adesso non saprei spiegare perché,…però la cosa mi sembrava dare lustro culturale a quella mia folle passione per il dribbling…mi faceva pensare alla storia che dovevo studiare una volta tornato a casa…), il solito tre contro tre nell’infame campetto sotto casa, il mio rapporto con lo sport si è progressivamente virtualizzato. Un rapporto fatto sempre più di parole, di immagini, di fotografie e poi di televisione, tanta televisione, sfociato alla fine in gloria nell’abbonamento a Sky Calcio. Insomma un classico della sportività all’italiana come si è soliti dire. Una forma di sportività in genere largamente irrisa, o addirittura denigrata, quale massimo esempio di pessime abitudini (un po’ come gli atti impuri), di ciò che non si dovrebbe fare, di come non si dovrebbe essere, perché lo sport, così almeno si sente dire, bisognerebbe innanzitutto farlo e non semplicemente guardarlo…

E chi l’ha detto? Ma chi l’ha detto? Ora che la vita, il caso, o forse più banalmente quella tremenda zappata nel campetto sotto casa mi ha portato ad occuparmi per lavoro di immagini e in particolare di fotografie, rivendico ufficialmente il diritto alla vita immaginaria dello sport. Rivendico, con consapevolezza bibliografica, l’esistenza dello sport dentro le immagini, dove si soffre, si gioisce e ci si appassiona come nella vita vera. E poi le immagini hanno il vantaggio di rimanere, di conservare le emozioni, di blindare i ricordi, sempre pronte a riaprire squarci di passato dove il grande evento si fonde con le minuzie personali, mischiando gloria e banalità.

Black Power Salute 1968

Se dovessi allora citare l’immagine di sport che per prima mi viene in mente dovrei senz’altro riferirmi ad una fotografia che ha incrociato la mia adolescenza mescolando in modo indistinto esaltazione per uno straordinario gesto atletico e primi sussulti di impegno socio-politico, gazzarra da parrocchia e anelito pseudo-rivoluzionario.

Si tratta di un’immagine ormai depositata nei libri di scuola e mostra la premiazione dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. Sul gradino più alto del podio il nero americano Tommie Smith, al secondo posto l’australiano Peter Norman e al terzo l’altro nero statunitense John Carlos. Smith aveva vinto in 19,83. Il primo uomo al mondo a correre i 200 sotto la barriera dei 20 secondi. Una cosa fantastica. Durante la premiazione, quando parte l’inno nazionale americano, Smith e Carlos, al centro di un immenso stadio in tripudio, alzano al cielo il pugno chiuso guantato di nero, simbolo del black power. E la fotografia che ho negli occhi li ritrae appunto così: in tuta e a piedi nudi per condividere con un segno la povertà della propria gente. Il capo chino e il pugno nero puntato in alto.

Chi stava seguendo l’evento in televisione (tra l’altro, a rendere ulteriore mitico il tutto, concorreva il fatto che quelle erano le prime Olimpiadi trasmesse integralmente dalla Tv) rimase certo sorpreso vedendo quella scena. Ma l’effetto in fotografia fu ancora più forte perché quell’attimo si cristallizzò per l’eternità. È la forza di ogni grande fotografia, il tempo che si dilata e che dura per sempre, che si fa storia.

Ricordo poi un particolare curioso. Nei giorni seguenti, guardando sui giornali quell’immagine più volte ripubblicata, mi venne da pensare che Carlos fosse mancino perché a differenza di Smith, aveva alzato il pugno sinistro. Più tardi, molto più tardi, leggendo Roland Barthes, avrei imparato che quel particolare apparentemente secondario che però ti colpisce emotivamente in una foto si chiama punctum, come qualcosa che ti punge in modo del tutto individuale, al di là delle intenzioni del fotografo. Qualcosa che casualmente è rimasto imprigionato in un’immagine e che per qualche recondita ragione si incrocia coi tuoi pensieri, con la tua storia. Sempre più tardi venni però a sapere che la vicenda del mio punctum era in realtà assai poco eroica e molto banale. Smith e Carlos avevano preparato il tutto dal giorno prima. Avevano deciso insieme che se avessero vinto avrebbero alzato in cielo il pugno guantato di nero a sostegno della causa nera. Ma al momento buono era sorto un problema. Forse preso dall’emozione della gara, Carlos aveva dimenticato il proprio guanto al villaggio olimpico. Smith invece i guanti li aveva tutti e due perché del loro acquisto si era premurosamente occupata la moglie Denise. Decisero così in un attimo che Smith avrebbe indossato il destro e Carlos il sinistro.

Ecco la storia del mio punctum. Una piccola insignificante storia personale diluita all’interno della grande storia. Ma poi in effetti devo ammettere che quella foto continua a restare nei miei occhi proprio perché mescola questi due livelli, il pubblico e il privato, che si accavallano ormai in modo indistinto nei miei ricordi. In quell’anno, il 1968, erano successe cose straordinariamente drammatiche. Nel mese di marzo l’opinione pubblica americana era rimasta sconvolta dal massacro di My Lai nel corso della guerra del Vietnam: una compagnia di soldati americani aveva sterminato 347 civili, per la maggior parte donne, bambini e addirittura neonati. Poi fra Aprile e Giugno, altre due omicidi di enorme valore simbolico, quello di Martin Luther King e quello di Robert Kennedy. Nel frattempo in Europa, fra gli studenti francesi, spirava un vento di passione rivoluzionaria o comunque di spinta al cambiamento che presto avrebbe coinvolto anche noi studenti italiani. Tutte queste immagini, tutte queste fotografie, alle quali si sarebbe aggiunta in Ottobre quella di Smith e Carlos col guanto nero alzato in cielo, mi passavano davanti agli occhi e a me pareva di essere ancora troppo giovane per poter fare veramente la rivoluzione ma anche ormai abbastanza grande per restare fuori. Le idee, non erano per niente chiare, ma l’emozione di quel gesto, raccontato da quella foto, mi rendeva come orgoglioso di appartenere a qualcosa di grande, qualcosa che mi stava accadendo intorno, lontano da me ma al tempo stesso vicinissimo.

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4 thoughts on “Era il 1968.

  1. Un altro “punctum di vista”: io ho sempre pensato che i due guanti indicassero due facce della stessa medaglia!

  2. L’immagine a cui sono maggiormente affezionato io è un pelo più datata, ma trovo che rappresenti perfettamente il significato di sport, ovvero il drammatico arrivo al traguardo nella maratona di Londra 1908 di Dorando Pietri (http://tinyurl.com/bq72btd). Io ci vedo coraggio, passione, dedizione, sacrificio, forza di volontà, e molti altri elementi, che sono e appartengono al mondo sportivo. Ciao

  3. E’ veramente curioso che Diego concepisca quella di Dorando Pietri come l’immagine più significativa. In effetti, come è stato ampiamente dimostrato dagli storici, Dorando Pietri era dopato, con un cocktail di cognac (che serviva per scioglerla) e stricnina, cosa che gli diede una incredibile elasticità muscolare (grazie alla quale arriva con dieci minuti di anticipo allo stadio, ma che finito il suo effetto lo manda in coma per 24 ore). Infatti viene squalificato, per essere stato sorretto da un giudice, in teoria, ma in realtà perché aveva davvero abusato col doping che usavano però anche tutti gli altri. Alla fine, proprio perché lo sport era spettacolo già allora, chi guadagna di più, di premi, indotto, fama e visibilità, è proprio Pietri medesimo. Insomma, il doping conveniva già allora, ma lasciamo stare dedizione, sacrificio e compagnia…

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