Open. Lo sport e la cultura.

di Giacomo Manzoli

Fra i best sellers più acclamati dalla critica nelle ultime stagioni letterarie c’è un libro dal titolo perfetto. Open. E’ la finta autobiografia di Andre Agassi, famoso tennista americano che ha avuto una lunghissima carriera tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del nuovo millennio. “Finta” non in quanto biografia, bensì in quanto “auto”. Infatti è scritta da Moheringer, uno dei più brillanti scrittori americani dell’ultima generazione, al quale si deve un capolavoro intitolato Il bar delle grandi speranze e che ha saputo cogliere perfettamente tutte le implicazioni umane, sociali, letterarie della storia – vera – che Agassi gli andava raccontando.

E’ solo l’ultimo di un’infinità di esempi. I grandi scrittori che si sono cimentati sullo sport non si contano. Solo fra gli ultimi esempi, gli incredibili racconti di Jerry Boyd, al secolo F.X. Toole, dai quali Eastwood ha tratto Million Dollar Baby, il commovente racconto dell’amore per lo snooker (e naturalmente il whiskey, le origini ebraiche, la scrittura) di Mordecai Richler, il celebre saggio di David Foster Wallace su Federer e il suo rovescio. Gli esempi potrebbero essere infiniti: da Soriano ad Arpino, da Gianni Brera a Luciano Bianciardi, da Pasolini (il processo alla tappa e il calcio di poesia contrapposto al calcio di prosa) a Carmelo Bene (il calcio di Romario! Il tennis di Panatta! La teatralità dello sport…), fino a Hemingway, Malamud, Roland Barthes e il wrestling (catch), Serge Daney e il Roland Garros, e tutto il cinema, un’infinità di cinema, che vede coinvolti e interessatissimi alle sorti del baseball, del calcio, del tennis, dell’hockey, del rugby (col suo affezionato Marco Paolini…), perfino della pallamano e del cricket (Lagaan) fior di intellettuali e artisti. Per non dire del convegno dedicato al calcio e organizzato, attraverso lo strumento del crowd sourcing (che peraltro non è che abbia funzionato benissimo) da Wu Ming e altri intellettuali italiani che amano lo sport (da Kusturica a Baricco, da Sorrentino a Bonifacci, si farebbe prima a nominare quelli che NON amano lo sport e non ci trovano costante fonte di ispirazione). Bisogna continuare per dimostrare che lo sport non significa soltanto 11 persone in mutande che rincorrono altre 11 persone in mutande? Bisogna ancora spiegare che si tratta di un elemento fondativo della vita quotidiana di milioni di persone in giro per il mondo, capace di assorbire investimenti simbolici importanti e veicolare significati, valori, idee, in una parola “cultura” nell’accezione più piena del termine (lo hanno capito perfino le istituzioni che – giustamente, me lo suggeriva Roy Menarini qualche giorno fa – si chiamano “cultura, sport e tempo libero”). Non dovrebbe esserci bisogno di spiegarlo ancora, ma ancora mi trovo di fronte a gente che se si associano la parola sport e la parola cultura arricciano il naso e fanno un’espressione disgustata. A ragazzi giovani che vedono le strade tappezzate e i notiziari pieni delle storie che riguardano i campioni sportivi ma, se si chiede loro di considerare questi come fatti di cultura, cadono dalle nuvole.

Non dovrebbe perciò stupirmi, e invece ancora mi sorprende, il fatto che quando ci si applica allo sport, ancora si tenda a riesumare discorsi imbarazzanti e imbarazzati che ruotano attorno a un concetto bizzarro ma diffuso e largamente condiviso, che possiamo sintetizzare così: “lo sport sta perdendo la sua purezza originaria per diventare sempre più mercificato, ovvero spettacolo, show business, parte integrande della malfamata società dello spettacolo”.

Ecco, personalmente credo che lo sport sia la migliore confutazione del principio stesso della società dello spettacolo. Perché? Perché lo sport come lo conosciamo non c’è sempre stato. Tutt’altro.

FINE PRIMA PARTE

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