Burn After Zooming

di Gabriele Prosperi

Io sono uno studente al DAMS di Bologna, vengo da un paesino di periferia nelle Marche… settemila anime o giù di lì. Per me arrivare nella “grande” città ha fatto l’effetto dello zoom-out alla fine di Burn After Reading: la tua vita non è che un piccolo evento nel marasma in cui ti sei appena catapultato. Ma proprio come succede nel film dei fratelli Coen, quel piccolo evento insignificante, quella sciocchezza, quel “volersi rifare le tette” che è la mia vita ha effetto a livello globale nella stessa misura in cui deriva dal mondo che mi circonda.
Piera Detassis lo chiama «mondo dove è eternamente di scena la tua storia», è il mondo di Facebook, di Youtube, Twitter, ecc… un mondo che secondo lei è governato da un egocentrismo tale per cui l’altro non esiste più proprio per colpa di quegli strumenti che pongono l’attenzione su di “me”.

Ormai è un mese che faccio le 150 ore (il classico lavoro part-time in università) e mi è capitato più volte di prestare servizio nel corridoio esterno all’aula dove si svolge la lezione di Storia della radio e della televisione. Di solito il flusso nei corridoi è tale che a un certo punto gli studenti sembrano tanti piccoli globuli rossi in un’arteria, ma appena si sente da fuori la sigla di Dottor House o di Buffy chiunque, studenti, impiegati o giovani professori, si ferma un secondo lì di fronte… un coagulo che a volte rischia di diventare trombosi!
Che dovremmo farne allora di queste serie che ci fermano nei corridoi di un’università più che l’incontro casuale con Umberto Eco? Forse la cosa migliore sarebbe capire da dove vengono: per quale motivo attira di più questa roba?

La risposta è in realtà molto più semplice e banale di quanto si possa immaginare: questa roba funziona/piace perché viene direttamente da noi, dalle nostre esperienze. L’episodio della serie televisiva non lo guardi insieme ad altre duecento persone, ma da solo – se va bene con il tuo coinquilino, tuo fratello e il tuo fidanzato arrabbiato perché già non c’è più posto sul divano!
D’un tratto la tua esperienza, la “tua storia”, è lì indagata da una professoressa universitaria, in un contesto di ricerca accademica e non di chiacchiere fra amici; succede qualcosa che ricorda un po’ quello che fa – e che Sabina Guzzanti imita alla perfezione – Maria de Filippi nei suoi programmi: trasformare in morboso, voyeristico, degno dell’attenzione “da caso umano” qualsiasi evento, anche il più decontestualizzato.

In una puntata di UnDueTreStella la Guzzanti-deFilippi invitava tranquillamente Gesù di Nazareth a raccontare la sua storia, e come qualsiasi tronista anche quella storia diventava di una morbosità incredibile. Ovviamente nel nostro caso la situazione è differente, ma dato che non ci aspettiamo la trattazione accademica di qualcosa di “nostro”, di privato, come la serie che ogni sera guardiamo in pigiama davanti al pc, la sensazione è molto simile: una delle reazioni che più mi è capitato di vedere fuori da quell’aula è, infatti, la risata.

Ma c’è anche da dire che si tratta dell’atto di analisi più onesto e appropriato dal punto di vista accademico. Quelle lezioni, che anche frequentai dagli spalti dell’aula lo scorso anno, sono dei veri e propri zoom-in dallo spazio universitario/istituzionale verso quelle piccole realtà quotidiane e individuali che compongono una Storia.

È un po’ quello che fanno i fratelli Coen all’inizio del film: senza una caduta dallo spazio intergalattico in cui ci troviamo mentre ragioniamo non avremmo modo di sapere come sono andati realmente i fatti, per quanto essi siano stati sciocchi, poco aulici, popolari, provenienti da internet, da Facebook, da Youtube, da persone qualunque che sì, vogliono solo (semplicemente?) rifarsi le tette. Anzi ci accorgiamo che la sorpresa, lo stupore da cui derivano le nostre risate non sono che l’esito dello scontro con qualcosa che davamo per scontato e che invece, guardandolo più a fondo, era tutto fuorché ciò che pensavamo.

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