Cliccare il reale

di Elisa Mandelli

Ammettiamolo. Quando sentiamo parlare di “documentario”, non possiamo fare a meno di pensare a qualcosa di noioso, monotono, didascalico. Insomma, qualcosa da evitare. Ovviamente la realtà è ben diversa, e il vasto ed eterogeneo insieme che va sotto l’etichetta di “cinema documentario” include alcuni dei più interessanti esiti della produzione audiovisiva (non solo) contemporanea.
Quello che forse non tutti sanno è che il documentario vive – e gode di ottima salute – anche in rete, dove si incontra e si ibrida con le forme tipiche dei nuovi media e del web (narrazioni interattive, forum, chat room, social network), dando origine a quelli che sono variamente chiamati “web documentaries” (o “webdocs”), “documentari interattivi”, “documentari crossmediali”. Dietro la pluralità di definizioni, un proliferare di testi audiovisivi navigabili e interattivi, che affidano al fruitore il compito di costruire autonomamente il proprio percorso orientandosi all’interno di materiali eterogenei (frammenti audiovisivi, fotografie, brani di testo scritto, ecc.), la cui peculiarità è l’essere riconducibili al discorso fattuale – a una dimensione “documentaria”, appunto.

Ma cosa perde e cosa conquista il “cinema del reale” quando migra sul web? Innanzitutto, dimenticate la linearità narrativa. O meglio, dimenticate la linearità, perché – qui sta il bello – la narrativa rimane in primo piano, con la sola differenza che è lo spettatore/utente a far progredire la storia. Pensiamo al pluripremiato Prison Valley, ambientato in una valle in Colorado la cui economia ruota interamente attorno all’industria carceraria. L’esplorazione di quest’ambiente insieme scioccante e surreale procede attraverso l’alternarsi di frammenti audiovisivi (costruiti attraverso le più classiche convenzioni del cinema documentario) e di punti “di arresto”, momenti chiave in cui lo spettatore/utente si trova a dover scegliere tra differenti opzioni, ciascuna delle quali determina un diverso sviluppo narrativo. Più che cambiare il corso degli eventi, differenti scelte portano ad avere accesso a diversi tipi di contenuti, o a una serie di notizie più approfondite, conferendo il senso di una progressiva scoperta di informazioni e dettagli, come in un’inchiesta. Inoltre, la stanza di un motel funge da vero e proprio “quartier generale” in cui raccogliere ed esplorare mappe, materiale fotografico, informazioni sui luoghi e sui personaggi, ma anche accedere a blog, forum e chat room.

Prison Valley

Al di là della complessità con cui si articola la struttura di molti webdocs, il principio non è in fondo diverso da quello di un libro game, e a ben vedere una componente vicina a quella (video)ludica costituisce un tratto ricorrente nei documentari interattivi. Anche quando il tema è tutt’altro che giocoso: è il caso di Bakroman, documentario interattivo sulla vita dei ragazzi di strada in Burkina Faso, la cui struttura è esplicitamente modellata (anche dal punto di vista grafico) su quella di un videogioco.

Altri web documentaries propongono una sorta di database di frammenti testuali audiovisivi: una costellazione di clip autonome dalla lunghezza variabile (nella maggior parte dei casi interviste), di cui sono proposte forme di organizzazione alternative basate su differenti criteri, tra cui sta allo spettatore scegliere: cronologico, per tema, per soggetto intervistato, ecc. Tra i più riusciti, il David Lynch Interview Project, che raccoglie 121 interviste registrate dall’eclettico cineasta lungo un viaggio negli Usa, oppure Gaza Sderot, in cui un insieme di clip racconta la vita di due città ai due lati del confine tra Israele e Palestina. Curiosamente, il criterio di organizzazione geografico sembra essere uno dei più ricorrenti. Come se, proprio mentre il web permette di sganciarsi da ogni vincolo spaziale, si sentisse la necessità di recuperare l’orientamento, di ritrovare la propria posizione su una mappa, di riscrivere dei tragitti spaziali che si scoprono necessariamente più fluidi, aperti, reversibili, come nella New York di MyBlockNYC. In quest’ultimo, così come in Highrise (sorta di “raccoglitore” di diversi progetti interattivi, tra cui Out of my window), acquista un ruolo fondamentale la dimensione collaborativa e partecipativa, che rappresenta un altro degli aspetti chiave dei web documentaries, la cui struttura flessibile e indefinitamente espandibile rimane, grazie al contributo degli utenti, viva e in continua evoluzione.

Insomma, il documentario in rete pare esorcizzare il pericolo della noia: navigabile, transmediale e interattivo, esso sa essere coinvolgente e imprevedibile quasi come la realtà.

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